Quante volte si udiva quel suono caratteristico per le strade… poi, a poco a poco, si e’ andato affievolendo, fino a scomparire, come tutto quel vecchio mondo, per lasciare il passo alla “modernità” e al progresso.

Una musica ed un metronomo che accompagnava l’attività umana in una società agricola e di sussistenza, scandendo i ritmi lavorativi. Un rito, sociale ed antropologico che risale alla notte dei tempi. Nelle bianche vie e nelle “nchiosce” del nostro paese, le donne trascorrevano ore sedute davanti agli usci di casa a chiacchierare e, nel contempo, lavorando le fave in grembo, pronte poi per essere cotte nella pignata e battute con la cucchiara di legno dall’energia dell’uomo di casa.

In rete si legge che “così presenti nella vita popolare da essere prontamente investite nell’immaginario comune di un forte alone simbolico, le fave erano per lo più legate al mondo ultraterreno: secondo gli antichi, contenevano le anime dei morti, per questo erano immancabili nei riti di commemorazione dei defunti, tanto che già i Romani usavano spargerle sulle tombe per dar pace ai morti ed offrirle nei conviti funebri come rito scaramantico.

Si narra che Pitagora, in fuga dagli scherani di Cilone (Crotone), pur di non attraversare un campo di fave scelse di fermarsi e farsi uccidere; leggenda o verità che sia, certo è che le fave rappresentavano realmente un veto per gli allievi della scuola pitagorica, probabilmente per le antiche credenze che le volevano impure, perché legate al mondo dei morti o più concretamente, come recenti studi medici hanno accertato, perchè la sindrome del favismo (grave patologia emolitica provocata dal contatto con questi legumi) cominciava a manifestarsi proprio in area crotonese, sede della scuola del maestro“.