Quei dolci riempiono tutti i Natale, dalla mia infanzia ad oggi. Senza di essi non è Natale, anche se il Natale lo fanno le persone che ami e che condividono con te il sapore dei ricordi. E basta che una di esse non ci sia più che il Natale perde di serenità e il ricreare certi odori dei tuoi Natale ti fa più facilmente sorridere quando si dice: “ti ricordi quando”…

E cosi mio padre o mia madre tornano a essere presenti in mezzo a noi, nei nostri ricordi più cari ed indelebili. Le dita appiccicose quando prendevi la carteddata, fatta da mia madre con sapienza e passione e condita,anche, con il vecchio amore familiare di una volta! E così, ancor oggi, mentre mangio queste leccornie, la mente vola… si, vola da sola a quei giorni spensierati e senza problemi delle vacanze scolastiche (il massimo, se c’era la neve!) e del Presepe col muschio raccolto,in una cucina odorosa di miele e frittura,alle tanti voci, a mia madre impegnata nella loro preparazione ed a mio padre che mi raccomandava di …”non toccare l’albero di Natale” che lui aveva,meticolosamente, preparato ed addobbato per me e per i miei cugini, che a Natale venivano a casa mia… per qualche regalino.

Li sannacchiúdiri” erano chiamati dai più anziani “li tiènti ti San Cciséppu”. Sono dei pezzettini di pasta fritta, croccanti,a forma di dente o di gnocco, cosparsi di miele caldo. L’origine di questi dolcetti si perde nella notte dei tempi e, forse, è legata alla leggenda di una famiglia povera che aveva tanti bambini desiderosi di avere un dolcetto a Natale. La mamma possedeva solo un po’ di farina, vino, olio e miele e così preparò,in fretta e furia, della pasta per accontentare i figli. Li fece a forma di gnocchetto, arricciato sulla grattugia, e a forma di denti incisivi umani. Dopo averli fatti lievitare cominciò a friggerli, ma i bambini non vedevano l’ora di mangiarli subito. La donna per calmare i figli, che intanto gridavano e piangevano, si inventò una storiella, dicendo che i dolcetti erano purtroppo ancora aperti e si dovevano chiudere “sa nna cchiutiri” per poterli mangiarli a Natale. La storia sarà vera? Non mi importa… mi interessa solo la tradizione,sperando che essa non si perderà assieme all”aria” natalizia vera che è … andata in fumo!

Cartiddati ti casa mea “ lontane e vicine nel tempo. Si tratta di un dolce arcaico che, secondo alcuni, rievocherebbe le spirali dolci fritte amate dai faraoni egiziani. Ramses III ne sarebbe stato così goloso da farle dipingere addirittura sulle pareti della propria tomba.

Gli ingredienti corretti sono semplicemente olio, vino bianco e farina. Lavorare l’impasto è semplicissimo e le “cartiddati” sono venute leggere e friabili.

Riguardo all’origine del nome, ci sono varie teorie: Secondo qualcuno la parola è “un’onomatopea oculare” ovvero deriva da “incartellare” cioé incartocciare, dal momento che esse ricordano tipiche forme della civiltà araba. Secondo altri, é una derivazione greca, “κάρταλλος” (Kaptallos) (cesta) che riproduce la forma di una cesta, tipica nell’iconografia greca, sia antica che bizantina (lo stile corinzio nell’architettura). Secondo qualcun altro rappresentano le fasce che cingevano il Divino Bambino oppure la corona di spine al momento della crocifissione di Gesù.

Storicamente di esse di esse abbiamo una raffigurazione in un graffito rupestre del VI secolo a.C. in terra barese che rappresenta la preparazione di un dolce simile, sempre di origine greca, e che fa parte delle offerte fatte a Demetra,la madre terra (Misteri Eleusini docent. Con l’avvento del cristianesimo, divennero doni alla Madonna per favorire il raccolto.