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La decorazione

La maggior parte dei manufatti appartenenti alla “robba rustica” non viene decorato. La monocromia rappresenta la loro peculiarità, anche se i colori si sfumano in diverse tonalità esaltandone e valorizzandone le forme. Nel caso di manufatti invetriati, lo spessore o la leggerezza del rivestimento può attribuire profondità al pezzo. Nei manufatti a invetriatura parziale, che rappresentano la maggior parte della “robba gialla”, si risalta il contrasto tra la zona invetriata, colorata e brillante, e quella grezza, poco lucente, su cui scivolano gocce talvolta a grappoli, talvolta a macchie, segno tangibile che si tratta di una produzione artigianale e non meccanica.

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Le tonalità dei rivestimenti vanno dal giallo miele al giallo – bruno al marrone bruciato per la “robba gialla”, dal rosso al nero per “la robba rossa”. Se l’invetriatura contiene il verde ramina, le sfumature possono passare dal verde lattuga a quello oliva. Infine, per i manufatti appartenenti alla “robba bianca” la superficie ha colore avorio e nitore levigato. Al di là delle diverse tonalità dei rivestimenti, il colore di fondo presenta zone più chiare e zone più scure a seconda dell’avvicinarsi o dell’allontanarsi dalla fiamma durante la cottura. La “robba rustica” è caratterizzata da una molteplicità di tinte che il generico termine “colore terracotta” non è appropriato per definirla. motivi decorativi I motivi decorativi plastici e a graffito sono molteplici e si differenziano a seconda dei manufatti su cui vengono praticati.

 

Ceramica - robba gialla 2

Ad esempio, “la crasta ti cofanu” ovvero il mastello per il bucato, presenta delle cordonature in rilievo che formano riquadri simmetrici e svolgono la funzione di rinforzare il manufatto per evitare che l’acqua bollente immensa nel vaso non provochi spaccature e crepe. Anche il “limmu” è decorato con cordoni a rilievo che vengono applicati sul bordo e che hanno forma di cerchi, onde o anelli creando così una protuberanza che ne facilita la presa.

Il “capasone” ovvero una grossa anfora da vino, generalmente veniva ricoperta da uno smalto stannifero che faceva risaltare la scritta che riportava il nome della bottega o del figulo, autore del manufatto, e l’anno di fabbricazione; talvolta era anche presente una decorazione pittorica o un grappolo d’uva modellato sul collo. Le “craste”, vasi contenenti fiori, hanno decorazioni tradizionali, le incisioni vengono realizzate sul pezzo ancora morbido con un semplice chiodo o con un bastone appuntito. Al di là dell’arnese adoperato le decorazioni dipendono dall’esperienza e dall’estro del figulo e possono essere motivi geometrici o onde che si distribuiscono lungo il bordo.

Il vasaio pone il manufatto sulle ginocchia e con l’arnese incide l’argilla lasciando una propria impronta personale che consente di distinguere quel pezzo dagli altri appartenenti alla stessa categoria. Talvolta la decorazione incisa viene praticata anche su manufatti ingobbiati. Il figulo incide la superficie con un arnese appuntito realizzando un effetto decorativo che porta il colore dell’argilla ad emergere dall’incisione e a contrastare con quello dell’ingobbio.

Racconta ancora la Di Caprio: “A Grottaglie alcune forme di robba gialla vengono ingobbiate ed incise, e per dare maggiore risalto ai motivi decorativi graffiti, questi vengono contornati con pennellate di colori diversi, dal verde ramina al bruno manganese, prima di ricevere l’invetriatura piombifera trasparente. Si tratta però di casi sporadici, restando pur sempre caratteristica della robba gialla la monocromia dalle calde sfumature lucenti.”

La ceramica decorata per eccellenza è quella che rientra nella categoria della “robba bianca”. Coloro che si occupano di decorarla assumono la denominazione di “faenzari” con cui dal ‘700 in poi si indicavano generalmente i decoratori di ceramica. Ognuno di essi ha una propria personalità artistica che traspare dal pezzo che si appresta a decorare con forme, figure e motivi differenti, frutto della loro esperienza e della loro fantasia.

Talvolta, il tipo di decorazione dipendeva anche dai gusti e dalle richieste del committente. Per tal motivo è impossibile classificare i vari tipi di decorazione pittorica in una trattazione generale. Dovendo battere la concorrenza, rappresentata dai materiali metallici, che comparivano sul mercato e dalla ceramica di più alto livello tecnico – qualitativo proveniente da altri paesi, il vasaio punta sul carattere funzionale del manufatto e sul minor prezzo. Talvolta la sua fantasia si spingeva oltre e dava vita a decorazioni stilizzate e schematiche dipinte con la ristretta gamma di colori di cui era a disposizione, ricavati dagli ossidi metallici che non garantivano una stabilità cromatica, dipendente dal grado di macinazione, dalla temperatura di cottura e dall’atmosfera di combustione.

Figure, personaggi o paesaggi venivano dipinti solo su determinati manufatti. Ad esempio sui “quartaroni” ovvero grandi brocche che potevano contenere acqua o vino, veniva dipinto il pulcinella in atto di bere o qualche paesaggio schematizzato, invece, sui piatti, veniva effigiato il santo patrono. Si realizzavano anche tavolette votive a ricordo di una grazia ricevuta. Grazie all’utilizzo di pennelli dalle diverse dimensioni che andavano dalla punta larga a quella sottile, le figure acquisivano un aspetto differente. La decorazione era realizzata a mano libera senza seguire nessuna regola stilistica.

Sui piatti la decorazione era più raffinata e il vasaio prestava maggior cura. Essa consisteva nella filettatura ovvero in cerchi sottili colorati che mettevano in evidenza il bordo. Talvolta al centro del piatto veniva disegnato un galletto, dal momento che, era l’animale presente in ogni cortile.

 

La figura del decoratore

Al contrario del vasaio che modellava l’argilla, il decoratore era una figura che per molto tempo rimasta nell’ombra, per la quale non erano necessarie competenze particolari. Chiunque poteva impugnare un pennello e dipingere. Molto spesso coloro che si dedicavano alla decorazione erano vasai anziani o inabili al tornio e alcune volte i “pasturari” che essendo abituati a dipingere le figure del presepe erano più abili a tenere in mano un pennello.

Negli ultimi decenni si sono verificati profondi cambiamenti nella ceramica rustica dovuti al largo consumo, al turismo e alle esportazioni che hanno inciso anche sulle tecniche decorative della “robba bianca”. È relativamente recente l’utilizzo della spugnetta come tecnica decorativa adoperata per la tesa dei piatti, come spiega la Di Caprio: “Si tagliano a pezzetti spugne marine dalla struttura omogenea, vi si traccia sopra a matita il disegno che si vuole riprodurre e con le punte taglienti di una forbicina da ricamo si asportano gli interstizi tra segno e segno in modo che il disegno risulti a rilievo. Tenendola dalla parte opposta al disegno, si tuffa la spugnetta dentro una ciotola contenente la sostanza colorante per poi pressarla sulla testa del piatto, con un movimento simile a quello usato per apporre un timbro sulla carta.”

I disegni più comuni sono il fiorellino o la stella a sette punte che il decoratore imprime sul manufatto in numero dispari e a una distanza regolare. La tecnica della spugnetta sta ottenendo molta fortuna, negli ultimi anni, in quanto consente di risparmiare mano d’opera, al pari della tecnica della decalcomania, a scapito però della spontaneità creativa del decoratore.

Oggigiorno, la superficie dei manufatti appartenenti alla “robba bianca” è invasa da motivi floreali, animali, vegetali o paesaggistici che vogliono essere una cattiva imitazione dei motivi tradizionali di vecchie ceramiche, privandoli, però, del loro significato originario. La “robba bianca”, oramai, non si riconosce più dalla semplicità delle decorazioni ma dalla pomposità e dall’estrosità dei motivi ivi dipinti.

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