Giunto in Europa nella metà del XVI secolo, il pomodoro fu per molto tempo ritenuto un frutto peccaminoso. Gli vennero attribuiti misteriosi poteri eccitanti e afrodisiaci e fu adoperato in pozioni e filtri magici dagli alchimisti dell’epoca.

Questo avvenne poiché il poma amoris, o pomo dell’amore, o ancora come lo chiamarono gli ungheresi, “paradies appfel” cioè mela del Paradiso, appartiene alla famiglia delle Solanacee, della quale fanno parte anche la Belladonna e la Mandragola, piante usate, in quei secoli, per uccidere o sedurre. Solo a partire dal XVIII secolo, il pomodoro fu concepito come alimento commestibile in varie regioni d’Europa e in particolare è italiana, del 1705, la prima ricetta nel quale si consiglia di “pelare e spezzettare i pomodori per soffriggerli”. Agli inizi del Novecento, in moltissime località del Mezzogiorno la preparazione delle bottiglie di pomodoro si specializzava sempre di più dando vita a un vero e proprio rito domestico in cui le donne erano protagoniste.

Il momento della salsa era, una vera riunione di famiglia, degna di un pranzo di Natale, dove i commensali avevano un ruolo ben preciso, dove i bambini erano gli addetti alla selezione e al lavaggio, gli uomini al sollevamento delle cassette e dei cesti, alla cottura, all’avvitamento dei tappi sulle bottiglie, le donne al riempimento , al tocco profumato del basilico sul fondo, e alla disposizione delle bottiglie sugli enormi scaffali riempiti con il magnifico colore rosso della salsa fatta in casa.

…Le padelle, le pentole e il fuoco di legna da ardere : le belle ed emancipate (!) ragazze moderne non hanno mai provato il piacere di fare la provvista annuale della salsa di pomodoro fatta in casa; il loro incontaminato e marmoreo corpo, non ha mai avuto il piacere di profumarsi di salsa quando, il bacio, furtivamente dato, sapeva di vero pomodoro. Un rito vero e proprio che si consumava in famiglia e,molte volte, coinvolgeva piu’ famiglie. Successivamente una volta raccolti o comprati, e lavati, i pomodori erano cotti in grandi calderoni. Dopodiché erano scolati, anche se l’acqua di cottura non doveva essere gettata poiché poteva essere riutilizzata in seguito e portati alla macchinetta per essere passati. Per frullarli non dovevano essere né troppo caldi né troppo freddi, la temperatura era fondamentale per ottenere un’ottima salsa. A una prima passata ne seguivano altre per ammorbidire anche le scorze.

Avveniva poi l’imbottigliamento che vedeva la scelta tra diversi tipi di bottiglie, di varie dimensioni, conservate tutto l’anno appositamente per questa funzione. I contenitori erano tappati manualmente o meccanicamente e infine erano inseriti in grossi bidoni per essere bolliti. Molti adagiavano sul fondo e all’apice dei bidoni, sopra le bottiglie, delle parti di sacco per far sì che queste ultime non si spaccassero. Altri ancora posizionavano sopra i recipienti delle patate. Quando i tuberi si cuocevano, erano pronti anche i pomodori. Le bottiglie si dividevano tra quelle contenenti la polpa e i pomodori passati e quelle con gli spicchi crudi da poter usare per fare un differente tipo di sugo.

L’imbottigliamento del “poma amoris” è vissuto da molte famiglie, ancora oggi, come una cerimonia o piuttosto una festa, in cui ognuno ha il proprio ruolo e un compito diverso. Ma non bisogna pensare a questo lavoro solo come ad una faticaccia. Diciamo che somiglia più ad una festa. Una festa di famiglia, l’occasione giusta per raccontare per l’ennesima volta la storia di questa o quella parente lontana, di questo o quell’avvenimento remoto, e anche di quella volta che… ti ricordi? A volte parte la musica, altre volte una piccola discussione. Ma tutto il tempo è scandito da pause-cibo che rinvigoriscono il corpo e la mente. Per completare il rito si impiegano normalmente tre giorni e il tempo è scandito dalle pause durante le quali si mangia insieme e ci si bea del profumo di pomodoro che avvolge la casa trasportandola in un’atmosfera surreale. E il profumo penetrante del basilico che si metteva nelle bottiglie?

Come sempre accade, alla fine sorge spontanea la domanda: “Perché fare tutta questa fatica e spendere tutto questo tempo per preparare a mano un prodotto che oggi è così facile da reperire nel mercato dei prodotti industriali?”.
Ebbene, il motivo si legge chiaro negli occhi di chi lo assaggia: “Non è assolutamente la stessa cosa”. E quando al mercato si troveranno ormai solo pomodori pallidi e sciapi, “aprire una bottiglia”, scaldare il contenuto in pentola con un filo d’olio buono e, magari, qualche foglia del basilico che ancora resiste in un angolino tiepido del balcone… beh, tutto questo non ha prezzo. Posso dire che la salsa fatta in casa è una tradizione di famiglia, un rito in cui le donne sono protagoniste, in quella vecchia maniera pre-femminismo in cui la loro autorità non è mai messa in discussione, in un modo inspiegabile e straordinario?

Scriveva Neruda: “È ora!/andiamo!/e sopra/il tavolo, nel mezzo/dell’estate,/il pomodoro,/astro della terra,/stella/ricorrente/e feconda,/ci mostra/le sue circonvoluzioni,/i suoi canali,/l’insigne pienezza/e l’abbondanza/senza ossa,/senza corazza,/senza squame né spine,/ci offre/il dono/del suo colore focoso/e la totalità della sua freschezza