Correva l’ anno 1987 ed insieme ad alcuni miei amici che frequentavano con me i primi anni del Liceo Scientifico ci dirigevamo verso le giostre che allora si trovavano attorno al campo sportivo, dove fanno il mercato. Durante il tragitto ci comprammo un pacco di patatine e mentre le mangiavo, per il gelo, ricordo che non le sentivo neanche al tatto.

Ci avevano parlato di una giostra nuova, pericolosissima: il Ranger. La curiosità era forte, le antipatiche frasi di latino da tradurre per il giorno dopo potevano aspettare. Man mano che ci avvicinavamo aumentava la gente attorno a noi e da lontano le onde sonore di diverse musiche ad altissimo volume si fondevano prevalendo ora l’ una ora l’altra a seconda della posizione. Ogni tanto insieme alla voce da deejay dei giostrai prevaleva tuonante il roboante suono della sirena della Filibusta. Tra mille suoni e colori elettronici vedemmo per la prima volta questa enorme nuova creatura meccanica del divertimento. Non ci saliva praticamente nessuno e la folla giù ad ammirare estasiata. “No, ma ce sta schirzamu? Io non ci n’chianu dassobbra” disse un mio amico. “Ma ce simu suti pacce. No si ni parla propria” disse un altro. “Vulì vitite ca a chiacchiere a chiacchiere ni ma cchià ti capu sotta a vinti metre?”, disse un altro ancora che già aveva intuito “la maliparata”. Io non proferii parola ma francamente non avevo proprio intenzione di salire lassù dato che non ci andava quasi nessuno. Decidemmo allora di farci un giro sulla più tranquilla Filibusta.

Anche la Filibusta quella freddissima sera era semideserta. “Ahè scià sitimene retu retu allu bordo ti pponta”, venne fuori questa insana proposta. La cosa spiacevole fu che essendoci solo noi quattro il giro durò molto più del normale con la Filibusta che in alcuni momenti si posizionava quasi verticalmente. Non era il normale giretto sulla Filibusta, il giostraio vedendoci “sbafanti”, spavaldi e sprezzanti del pericolo, decise di esagerare. Le risate e gli atteggiamenti boriosi presto lasciarono il passo ad un forte senso di paura. L’ unico pensiero ormai era diventato quello di rimanere vivi. “Ahè ma quanta c… dura stu giro!! Fermaaa!”. Quando la giostra si metteva in maniera verticale poi si aveva la sensazione di poter essere capultati in avanti. “Mena forza, azate lu culo!” si alzava disperato, a modo nostro, il consiglio a metterci in piedi per cercare di minimizzare l’ effetto catapulta. Io che ero seduto proprio al bordo esterno non riuscivo a togliere le mani dalla ghiacciatissima sbarra di ferro di protezione. Ero raffreddato e non potendomi soffiare il naso fui costretto ad usare la punta della lingua come succedaneo di una morbida cellulosa, assaporando uno sgradevole gusto salato.

Terminato quell’ interminabile giro e toccando coi piedi finalmente terreno stabile, crebbe in noi una immatura consapevolezza di invincibilità. Infatti una sensazione così sulla Filibusta non la provai mai più per le oltre cinquanta volte che ci sono ritornato. E allora “Dopu nu giru cussì sobbra alla Filibusta no ste ggiostra addò no putimu scè… allu Ranger!”, l’ incubo cominciava a prendere forma. Ci avviammo in una sorta di trans agonistica verso la biglietteria di questo nuovo mostro sacro, ricordo ancora la scritta: Fratelli Pisanello. Un pensiero martellante nella mente mi ripeteva: ” No la spicce? Ma ci c.. ti la faci fa’…”. Appena comprato il biglietto, camminando sulla rumorosa passerella metallica che conduceva alle cabine a pochi metri da me vidi una moltitudine di gente entusiasta che gridava. Eravamo in tutto in sei, noi quattro e due conosciutissimi para… dell’ epoca che decisero di sedersi proprio davanti, in prima fila.

Sembravamo l’ equipaggio di Armageddon prima di lasciare forse per sempre il pianeta Terra. Non conoscevamo nessuno che c’era stato prima per descriverci che sensazione si provava. Il Ranger in questione era ugualissimo a quello attuale, con due bracci (rispetto al Ranger classico che ne aveva solo uno), tecnicamente più conosciuto col termine Kamikaze costruito per la prima volta nel 1984.

Appena si iniziò a muovere lentamente sembrava tutto apparentemente tranquillo ma poi la voce del deejay ci preannunciò quello che ad inizio serata avevamo tristemente immaginato:” E allora ragazzi, ragazzi, e via che si va col Ranger a venticinque di altezza a testa in giù!” e ci ritrovammo alla fine a quell’ altezza a testa in giù, col vento gelido che ci trapassava le ossa a vedere le sciarpe pendenti di chi avevo davanti urlando tra il divertimento e la paura di giurare per sempre fedeltà alla Patria. La gente laggiù era molta, piccolissima e le urla soprattutto delle ragazzine avevano nettamente il sopravvento. Che soddisfazione!

Una volta atterrati poi era d’obbligo palesare quello sguardo fiero, strafottente di chi se la crede, sentendoci eroi, inarrivabili almeno per quei pochissimi secondi. Ci ritornai tante e tante altre volte sul Ranger ma non fu mai come quella prima volta.