Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” Sono le parole di Maria di Magdala, Maria la madre di Giacomo e Salòme, riportate dal vangelo di Marco (Marco 16,3), mentre queste vanno verso il sepolcro per ungere Gesù.

La domanda delle donne è tanto antica quanto attuale, poiché spesso anche noi ci chiediamo chi mai farà rotolare via dalla nostra vita i macigni del dolore. Oltre al dolore della perdita di Gesù, si erge davanti alle donne un ulteriore ostacolo: un masso che non sanno come rotolare via.

Per analogia leggiamo qui quello che accade alla nostra vita, quando oppressi da una sofferenza o da una forte paura, non sappiamo più come rimuovere gli ostacoli che ci separano da una nuova speranza, dalla gioia piena. L’interrogativo è tanto umano e spirituale da toccare tutti quanti.

Già lo scorso anno, ripercorremmo le tappe storiche della festa di Pasqua, ricercando come abbia assunto la forma celebrativa odierna e quale sia il suo significato profondo [clicca QUI per leggere l’articolo]. Sappiamo per certo che il mistero pasquale è la realtà celebrata dalla liturgia da sempre e che già nei primi secoli la solennità di Pasqua era l’unica a ricorrere con cadenza annuale stabilita. La Pasqua non è un’invenzione cristiana; deriva, infatti, dalla tradizione ebraica nella quale con essa si faceva memoria della liberazione del popolo d’Israele dall’Egitto e dalla condizione di schiavitù.

Tale commemorazione cadeva puntuale il 14 di Nisan (mese del calendario ebraico) e anche i cristiani tentarono di stabilire una cadenza precisa. Gesù è il compimento delle attese del popolo d’Israele, dunque si presenta come la vera Pasqua e la memoria della sua risurrezione ha a che fare con la ricorrenza ebraica. Egli, infatti, è chi ci libera dall’oppressione della morte (potremmo parafrasare qui l’Egitto) e dalla schiavitù del peccato. Eusebio di Cesarea, autore cristiano dei primi secoli, ci racconta che le prime discussioni ruotarono attorno alla data da scegliere: in Asia Minore si celebrava il 14 di Nisan, mentre a Roma la domenica successiva a questa data.

Nel 166 Papa Sotero stabilì che la celebrazione sia annuale, mentre nel 325 il concilio di Nicea decise che essa fosse domenicale, come accade ancora oggi. Il calcolo della data di Pasqua è semplice da effettuare: è sempre la prima domenica dopo il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera; dunque oscillerà sempre dal minimo del 22 marzo al massimo del 25 aprile. Che cosa oggi esprime la liberazione dalla morte che Cristo vuole operare nella vita dei credenti?

Un primo segno voglio prenderlo dalla liturgia della Veglia Pasquale, celebrata questa notte in tutte le chiese del mondo: il fuoco. La Veglia inizia sempre all’esterno dell’aula liturgica, con l’accensione del fuoco, la benedizione e l’accensione del cero pasquale; mentre si compiono questi segni tutto l’interno della chiesa è buio. I segni del fuoco e della luce, messi al centro di quest’azione liturgica, ci parlano di Cristo luce del mondo, vittorioso sulle tenebre del male e della morte. Tutta la celebrazione, infatti, è percorsa dal messaggio della vittoria sul male, sulla morte, sul peccato e sulle tenebre. Come possiamo ben comprendere, questi dati non appartengono solo alla liturgia, ma sono veri e propri punti saldi della fede.

La terminologia con la quale è indicata la prima parte della Veglia è, appunto, “liturgia della luce”. Il messaggio che questa vuole comunicare attraverso i gesti e le parole è che Cristo risorto è la luce che illumina il mondo e lo tira fuori dalle tenebre del male e della morte. In lui risorto vediamo l’immagine di tutti noi quando risorgeremo come lui o, per dirla con la liturgia, siamo certi che “per mezzo di lui rinascono a vita nuova i figli della luce, e si aprono ai credenti le porte del regno dei cieli. In lui morto è redenta la nostra morte, in lui risorto tutta la vita risorge.” (Prefazio II di Pasqua).

Un ultimo appoggio voglio invece indicarlo nella Parola di Dio. Essa ci da la certezza che Dio ci ama e continuamente realizza il suo amore per noi. Gesù è il primogenito di coloro che risorgono dai morti (Colossesi 1,18), la sua risurrezione è fondamento della nostra fede (1Corinzi 15,14) e noi, poiché siamo stati fatti a sua immagine per l’immortalità (Sapienza 2,23), in virtù della sua vittoria sulla morte siamo certi della nostra risurrezione a vita eterna.

La salvezza di Cristo – ne parlavamo già a proposito del venerdì santo – è potente perché ci da la certezza che la vita è una parola più forte della morte ed è una salvezza per tutti. Nella sua misericordia, infatti, “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” (Romani 5,8) e questo è per noi un forte segno di speranza. Allora, “chi rotolerà per noi la pietra” del dolore, della sofferenza e della morte? Ci sono difficoltà davanti alle quali sembra impossibile andare avanti, specialmente se si è soli, e ci sono drammi davanti ai quali l’ultima risposta sembra che sia solo la morte.

Una cosa è certa: Cristo ha sofferto realmente per noi e come noi e, addossandosi le nostre colpe, ci ha redenti e ci ha aperto le porte del regno dei cieli. La risposta di Cristo non si fa attendere; per chi lo cerca c’è una parola ancora dopo la morte: egli è vivo e con lui tutta la vita risorge. L’annuncio di Pasqua risuona oggi e sempre per tutti gli uomini della terra, perché credendo nel Signore vivo possano sperimentare ancora che la vita è una realtà buona per tutti. Buona Pasqua a tutti i lettori!