Pierfranco Bruni commenta da par suo l’evoluzione dello scenario politico che si è registrata negli ultimi giorni, proponendo un confronto tra le idee di alcuni grandi italiani del passato e le azioni di alcuni loro presunti epigoni attuali. Il parallelo può forse sembrare impietoso o anacronistico, ma di certo offre il prezioso vantaggio di spingere ad una riflessione che abbracci un raggio più ampio del ristretto panorama dell’attualità a cui non di rado ci si limita.
“Forse sia Machiavelli che Prezzolini oggi si imporrebbero una giornata di silenzio e di lutto. “L’Italia che aveva fatto il mondo moderno, s’era nel medesimo tempo disfatta”. Così cesella Giuseppe Prezzolini nel suo magnifico saggio dal titolo: Vita di Nicolò Machiavelli Fiorentino. Una Nazione vissuta dentro il fare della politica si abbandona al suicidio della politica. Stiamo assistendo, (e vivendo) in queste ore, al funerale della politica. Con le geremie e le nenie di una classe politica che non ha la capacità di suscitare un’analisi, un commento che vada oltre il semplice slogan delle incertezze o delle paventate sicurezze.
Il Governo Monti, per come è nato, per come è stato proposto e per la pur lusinghiera lista di governatori che dovranno ora governarci e gestirci, con la sua nascita ha segnato non tanto la fine della politica, questa già aveva preso il suo corso da qualche anno, quanto ha celebrato il funerale della politica con tutte le dovute condoglianze e le dovute partecipazioni. Non è polemica la mia. Ma una valutazione da una chiave di lettura che ha posto sempre al centro la politica come modello di partecipazione, di confronto, di dialettiche tra diverse scuole di pensiero. La politica come modello di libertà non giacobino o “francesizzato”, ma come processo dialettico sia intorno a delle idee sia intorno alla capacità di sviluppare, dalla politica stessa, dei valori. Il suicidio della politica è anche il suicidio di un parlamentarismo che ora dovrà confrontarsi con posizioni meramente tecniche.
Ma il tecnicismo deve necessariamente fare i conti con una progettualità politica che ha la sua vitalità nei Partiti, nei Gruppi politici, nelle Commissioni, nel Parlamento. Ciò avvalora maggiormente il fatto che la politica si è suicidata facendosi governare da coloro che sono all’esterno della realtà della politica intesa come processo democratico ed elettorale.
Credo che sia un fatto molto grave che i Partiti, nella loro maggioranza, tranne alcuni, abbiano potuto condividere una tale scelta. Primo. Dimostrano la loro incapacità di progettare e quindi non sono in grado di far uscire l’Italia dalla crisi. Secondo. Si propongono all’elettorato come modelli di fallimento perché non sono stati in grado di proporre delle indicazioni. Terzo. Pur nelle loro contraddizioni si mostrano amalgamanti da destra a sinistra e la loro coesione consiste proprio nella loro sconfitta. Quarto. Diventa una offesa e una umiliazione per l’elettorato che ha votato sia di sinistra sia di destra facendosi rappresentare all’interno della Nazione. Quinto. Sia la destra che la sinistra devono motivare storicamente le loro posizioni nei confronti di un Governo, pur nella nobiltà delle istituzioni e dei singoli ministri, che, nei termini prima detti, sembra aver commissariato la politica e anche il Paese.
È pur vero che l’Italia si trova in una crisi economica storica ma è anche vero che la politica, in questi particolari momenti, non può esiliarsi o assentarsi demandando. È come se ci fosse stato un colpo di stato con l’applauso del Parlamento e dei Partiti.
Per chi crede nelle democrazie compiute o nella democrazia delle scelte non può che infastidirsi davanti ad un quadro del genere. Perché se abbiamo sostenuto più volte l’importanza della politica come centralità della vita sociale, economica, culturale questa inquadratura non può essere condivisa. E non possono essere condivisibili i ragionamenti che provengono dalla sinistra con delle giustificazioni che storicamente sono oltre il concepire la politica come focalizzazione dei problemi sociali ed economici e tanto meno possono essere giustificati le posizioni di una destra che fino a qualche giorno fa governava con un suo Governo.
Siamo, sul piano di una ratio guicciardiniana vera e propria, nel regno delle doppiezze e delle ipocrisie. È vero che sembrano trascorsi secoli. Ma la politica resta, nella nostra modernità e contemporaneità, quella improntata da Togliatti e da Berlinguer, da De Gasperi e da Moro, da Almirante e da Tripodi, da La Malfa e da Spadolini. I decenni si consumano ma il pensiero non dovrebbe spezzarsi e andare in frantumi mortificando l’etica della democrazia. L’Italia è una Nazione nata sulla politica e dentro il pensiero moderno machiavelliano. Ciò che è avvenuto, in questi giorni, mi spaventa perché in nessun Paese che ha una partecipazione diretta alla “cosa pubblica”, pur in una Europa dei mercati e non dei valori, è mai accaduta una delegittimazione così grave della politica. Non è avvenuto ciò neppure nel 1922, in cui la politica aveva assunto, nelle sue sfaccettature, un riferimento ideologico di fondo. Oggi assistiamo alla supremazia della tecnocrazia.
Si commissaria la politica e il Parlamento eletto si lascia commissariare. Ci sono responsabilità? Certo. La morte della politica ha una fase precedente. Ma bisogna prendere atto che non si è sostituita quella politica che ha sancito il suicidio delle ideologie con una politica di altra natura. È stata spazzata la politica tout court. E questo è inaccettabile in una Nazione come la nostra che nasce sulla base di una Costituzione condivisa e votata e su una Repubblica non presidenziale. Lo dico guardando sia a sinistra, che avrebbe avuto, la sinistra, più di una motivazione per cavalcare la tigre non dell’antipolitica ma di una politica sociale ed economica più rispettosa nei confronti dei cittadini e degli elettori.
Lo dico guardando a destra, ad una destra che esce completamente lacerata dall’accettazione di una tecnocrazia che ha esiliato il Governo Berlusconi. Lo dico guardando al mondo radicale, che avrebbe più di una motivazione per non condividere un Governo che non ha alcuna rappresentatività sul piano sia delle scelte liberali sia sul piano vero di una idea di partecipazione democratica in termini istituzionali – elettorali. In tutto questo c’è il “cortocircuito” del mondo cattolico che diventa inspiegabile per alcuni aspetti ma comprensibile e non accettabile e non condivisibile, per una storia antica di cattocomunismo dentro la macchina tecnocratica e burocratica che esplode nelle fasi più drammatiche.
Cosa si sarebbe dovuto fare? Domandarselo dopo che è accaduto diventa anacronistico. Ma due potevano essere le soluzioni. La prima: un Governo politico di ampie convergenze. Difficile da farsi ma le antiche “convergenze parallele” sono una emblematica politica della ragione. E Moro sapeva manovrarle non abiurando mai, comunque, la politica e lo ha fatto anche durante i 55 giorni della sua agonia nel 1978. La seconda: le immediate elezioni. Non si è arrivato a ciò. Per un senso di colpa degli schieramenti e per la debolezza sia delle leadership che dei nuclei partitici. Siamo dunque alla celebrazione di un funerale. Mi auguro cristianamente che dopo la morte ci sia la rinascita e la resurrezione. Ma questa rinascita vorrei vederla non metaforizzata e non tra gli angeli e i cieli ma in questa vita terrena. Subito. Anzi domani stesso vivendo e non lasciandosi vivere.
“Vi furono lusso e oppressione,/vi furono licenze e miseria./Vi fu meschina ingiustizia./Però noi s’andò avanti a vivere,/vivendo e in parte vivendo” (Thomas Eliot, Assassinio nella cattedrale). Mi auguro che non si continuino a costruire “case sulla sabbia”. Un monito molto bello di Matteo. Ma ricominciamo a dare senso alla politica e un orizzonte agli uomini. Il saggio di Prezzolini su Machiavelli oggi risulta di sicura attualità.
immagine: politica24.it
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