Un sondaggio in corso in questi giorni sul sito di un noto quotidiano nazionale pone la domanda: “A distanza di dieci anni dall’11 settembre del 2001, vi sentite più sicuri?”. Sette su dieci rispondono “No”. L’insicurezza è il sentimento che quell’evento ha prodotto e alimentato, da allora a oggi. E’ accaduto qualcosa d’impensabile (gli Stati Uniti non avevano mai subito un attacco nel proprio territorio, meno che mai di quella tragica portata) e si è fatta più grande “l’insicurezza di fondo” che caratterizza la vita umana.
Ho ancora vivo il ricordo dello stupore angoscioso e della preoccupazione che provai in quel pomeriggio, e la certezza di trovarmi di fronte a un evento che avrebbe cambiato la storia. Da allora gli elementi d’insicurezza si sono moltiplicati: l’attacco inconcludente all’Afghanistan; la guerra forzata e disastrosa contro l’Iraq; la crisi finanziaria e oggi quella economica; l’eclisse delle speranze sollecitate da Obama di un nuovo corso della superpotenza americana e – conseguentemente – del mondo occidentale.
In Europa ci confrontiamo con le gravissime difficoltà di vari paesi, Italia inclusa, stretti nella morsa soffocante tra debito e incapacità di crescita. Secondo gli studiosi tutti gli elementi citati sono connessi tra loro, e hanno la loro radice in quel sentimento d’insicurezza che spinge a comportamenti irresponsabili, quelli che a Grottaglie sono descritti con tragica ironia dal detto “a casa incendiata metti fuoco”. La crisi finanziaria che ha colpito nel 2008 nasceva dalle spese pazze fatte dagli americani su spinta delle agenzie finanziarie, soprattutto nell’acquisto di case che non potevano pagare (i mutui “subprime”, cioè non garantiti).
L’Italia e altri paesi europei hanno – a partire dagli anni ottanta, in verità – sperperato risorse pubbliche che non avevano attraverso l’aumento del debito. Ancora oggi, nonostante i molti segnali d’allarme che ogni giorno registriamo, persiste l’irresponsabilità dei comportamenti individuali e istituzionali.
Servono ingenti risorse, in Europa e negli Stati Uniti, per ridurre i debiti e per creare quel lavoro da cui nasce la ricchezza degli individui e delle collettività. Queste risorse esistono, ma i detentori di grandi ricchezze condizionano (negli Stati Uniti come in Italia) i governi, che continuano a fare leggi che non li scalfiscono. Chi non è ricco si barcamena, cercando salvezze private, attraverso l’antica e sempre utile arte italiana di arrangiarsi.
Insomma alla crisi e all’insicurezza si tende a reagire in privato e da soli, attaccandosi a quel che si ha, poco o molto che sia. Se in altri tempi questa è stata una grande virtù, che ha consentito di resistere sino a quando il peggio non è passato, oggi queste reazioni stanno portando a un aggravamento dei problemi e delle tensioni, con un aumento ulteriore dell’insicurezza.
Quando la difficoltà è grande e complessiva, come ora, salva solo un fortissimo innalzamento della responsabilità collettiva, quella che ci ricorda il nostro essere “animali sociali”, il nostro essere interdipendenti l’uno con l’altro. Solo il sentimento della responsabilità collettiva può aiutarci a sostenere i sacrifici giusti per risolvere i problemi e ridurre quell’insicurezza che l’11 settembre ha portato all’altezza dei grattacieli. In caso contrario, il peggio che ora temiamo diventerà un fatto reale.
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http://www.grottaglieinrete.it/dblog/tb.asp?id=5217
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