E’ una tournée lunga quella che il premio Oscar Luis Bacalov si accinge a fare alla guida dell’Ico della Magna Grecia. Il pianista e compositore argentino e l’orchestra tarantina – della quale è anche direttore artistico – saranno infatti questa sera a Taranto (hotel Delfino);
domani sera, lunedì, al Teatro del Fuoco di Foggia, martedì 27 al Visconti di Monopoli, il 28 al teatro Monticelli di Grottaglie e il 29 all’Auditorium Gervasio di Matera. Ampio e articolato il programma allestito per l’occasione che passa da Mozart a un concerto per marimba dell’argentino Ney Rosauro– solista la percussionista foggiana Francesca Santangelo – per arrivare ad Astor Piazzolla e a una selezione di musiche cinematografiche di Rota, Morricone e dello stesso Bacalov.
«Siamo partiti da due composizioni per strumenti solisti – spiega Bacalov – ovvero il Concerto di Rosauro e il mio Caminos del Sur per quartetto di chitarre e poi abbiamo deciso cos’altro abbinare. Certo, avremmo anche potuto allestire qualcosa di più omogeneo, ma alla fine mi è sembrato che l’inserimento del Divertimento K 136 di Mozart potesse rappresentare una piacevole eccezione».
Invece, considerati i suoi legami con il mondo del cinema, la scelta di Rota e Morricone sembra tutt’altro che casuale.
«Senza fare un torto a nessuno credo di poter dire che rappresentino al meglio la scuola italiana della musica cinematografica. Lo considero un omaggio a due grandi compositori le cui colonne sonore hanno il pregio di stare in piedi da sole, anche slegate dalle immagini. Io poi ho dedicato buona parte della mia vita al cinema, alla musica leggera e questo mi ha portato ad avere un’idea molto meno rigida delle distinzioni tra generi. Intendo dire che per me mettere Morricone vicino a Mozart è qualcosa di naturale, mentre per altri può suonare come una provocazione. Ma questo è un loro problema».
A proposito di Rota, dopo la sua scomparsa, lei è stato il primo compositore a lavorare con Fellini ne «La città delle donne», nel 1980. Una responsabilità mica da poco.
«Per la verità il concetto di responsabilità è qualcosa che ho cominciato ad avvertire da una quindicina d’anni a questa parte. Prima ero molto più eclettico nel fare le cose. In quel caso, però, accadde che venni chiamato da Fellini e mi sentii dire: “Lo sa perché è qui? Perché Rota mi aveva parlato bene di lei dicendomi che sa il fatto suo. In questo senso, non c’è dubbio che gli debba essere grato”».
Nel programma ha inserito anche una suite da «Il Vangelo secondo Matteo», il film di Pasolini del 1964. Come ricorda quell’esperienza di lavoro ?
«A differenza di Fellini, che faceva di tutto per mettere i collaboratori a proprio agio, Pasolini mi apparve come un uomo riservato, forse anche perché quel film lo rendeva estremamente nervoso. La mia comunque è stata una partecipazione modesta, anche perché la maggior parte delle musiche vennero scelte dallo stesso Pa s o l i n i con Laura Betti ed Elsa Mor ante. Mi fu chiesto di “riempire dei buchi” tra Mozart e Prokofiev, ma ovviamente per me andava benissimo».
Negli Anni ’70 ha scritto anche molte colonne sonore per film polizieschi, un genere all’epoca molto gettonato.
«Per i polizieschi è accaduto all’incirca ciò che nel western si era verificato con Per un pugno di dollari di Sergio Leone, con la differenza però che col tempo sono pochi i titoli ad avere resistito. Il migliore che ho musicato credo sia stato Milano calibro 9, girato nel 1972 da Fernando Di Leo».
Per restare negli Anni ’70, il suo «Concerto Grosso» ha fatto epoca. Come nacque?
«Dovevo scrivere le musiche per un film intitolato La vittima designata, nel quale si narrava di un nobile veneziano, una specie di hippie mezzo drogato e così mi venne in mente di rappresentare le due anime del personaggio unendo gli stilemi del Sei e Settecento musicale veneziano con il rock. Scegliemmo per incidere le musiche i New Trolls, che all’epoca erano una delle band italiane emergenti. Il bello è che dopo il disco ricevetti un sacco di richieste per eseguire il Concerto dal vivo, ma non ho mai voluto farlo nella versione originale, perché i musicisti rock non hanno sempre una grande confidenza con le orchestre sinfoniche e suonare dal vivo non è come farlo in sala di registrazione. Così ho preferito realizzarne una versione diversa da poter proporre in concerto».
Maestro Bacalov, per concludere, nel 1995 il Postino le ha portato l’Oscar. Ma come cambia la vita di un compositore dopo aver vinto la statuetta?
«All’inizio non avevo dato molta importanza all’Oscar. Nel mio caso, la cosa più sorprendente è che il cambiamento non ha riguardato il versante cinematografico, ma quello concertistico. Avevo smesso di suonare il pianoforte perché nessuno mi chiamava e, all’improvviso, ho cominciato a ricevere una infinità di proposte. Non avevo un repertorio pianistico classico da proporre, ma tutti mi dicevano: “Venga e suoni quello che vuole”, oppure mi commissionavano composizioni accademiche. Col senno di poi, devo ringraziare la statuetta!».
UGO SBISA'
Fonte: La Gazzetta del Mezogiorno.it
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