A cinquant'anni dal suo insediamento nella provincia di Taranto, continua l'inchiesta dossier di Gir sul connubio "Ilva e territorio". Dopo l'intervista al Dott. Mazza (oncologo e consigliere regionale) sul possibile rischio genotossico proseguiamo con altri contenuti sull'amato-odiato stabilimento internazionale dell'acciaio.
Il dibattito sulle sorti dell'imponente centro siderurgico tarantino è oramai avviato, dal silenzio-assenso, dal torpore, dal consenso tacito e timoroso sembra che si sia usciti e le voci diverse, assolutamente discordanti, si intrecciano nella comunicazione quotidiana.
Il problema esiste o non esiste? La voce di chi nega qualsiasi problema è credibile? Rabbia, incredulità, cautela, moderazione, insofferenza, ansia e preoccupazione stringono Taranto e provincia. L'ILVA non è solo un colosso della siderurgia, per il tarantino è un'istituzione, un concetto, una madre buona e severa allo stesso tempo. Quanto è difficile attaccare la propria madre ...
E in mezzo i lavoratori prima di tutto, giustamente preoccupati, costantemente ricattati, costretti tra i fuochi della disoccupazione e del rischio sanitario (che questo esista è comunque incontrovertibile) al quale loro stessi, i propri familiari e la popolazione tutta del tarantino è esposta da anni.
Come uscire da tale situazione. Tra possibile ecocompatibilità dello stabilimento e chiusura ossia riconversione dell'area la decisione è ancora lontana, si può però parlarne e scongiurare almeno il lungo sonno dal quale ci siamo appena svegliati.
Intervistiamo sull'argomento Daniela Spera, fondatrice e coordinatrice del Comitato Taranto libera.
Dott.ssa Spera, come proponete di uscire da questa situazione?
"La nostra idea è una soluzione che ponga fine al ricatto occupazionale, noi sosteniamo almeno la chiusura dell'area a caldo dell'ILVA".
Bagnoli e Genova sono due esempi di chiusura e riconversione dell'area precedentemente occupata dal siderurgico, a Taranto sono stati fatti studi sul contesto specifico?
"No, a Taranto non sono stati fatti studi in tal senso perché ovviamente manca la volontà politica di fare una cosa del genere. La soluzione sicuramente non è la riduzione delle emissioni. Primo motivo: l'Europa ha fissato dei limiti alle emissioni che sono molto rigorosi, in Italia invece i limiti sono stati alzati. Le regioni e i comuni italiani potevano scegliere se seguire la direttiva europea o quella nazionale, la Puglia ha scelto di seguire quella nazionale, cioè i limiti di legge sono meno rigorosi di quelli europeri, e già questo è gravissimo! Numero due: viene ignorata praticamente la vicinanza di queste aziende (include Eni e altre industrie inquinanti che sorgono sulla stessa area, ndr) alla città, quindi non viene rispettato assolutamente il principio di precauzione perché, comunque sia, delle aziende così inquinanti non dovrebbero stare a ridosso della città. C'è anche una perizia di tecnici incaricati dalla magistratura che stabiliscono che la riduzione delle emissioni serve solo a mitigare l'effetto dell'inquinamento sulla salute umana e questo non può sicuramente salvaguardare la salute dei cittadini. Per questi motivi non è possibile l'ecocompatibilità, cioè non è possibile che si possa parlare di ecocompatibilità quando queste aziende sorgono a pochi metri di distanza dal centro abitato, anche perché per molti inquinanti non esistono valori al di sotto dei quali si può escludere il rischio sanitario. Per molti metalli pesanti e anche per il benzo(a)pirene, per gli IPA – gli idrocarburi policiclici aromatici – proprio non si può stare a contatto con fonti continue, c'è un rischio elevatissimo soprattutto per la fascia di popolazione più vulnerabile. Quindi noi non siamo a favore dell'ecocompatibilità perché siamo convinti che non possa esistere una azienda così obsoleta che sia compatibile con la città e con i lavoratori. Un'azienda del genere può essere compatibile con la città solo se gli impianti sono completamente nuovi, con le migliori tecnologie, come succede per esempio in altre città ... come in Giappone. In altre parole bisognerebbe completamente radere al suolo le strutture preesistenti. Qui a Taranto non si possono fare aggiunte, miglioramenti tecnologici perché sarebbero soltanto una mitigazione, è come se invece di sganciare 10 bombe atomiche, ne sganci 5, utilizzando una espressione di un caro amico giornalista. Sempre bombe atomiche sono. Quindi non si migliorerebbe assolutamente la condizione della città, né la salute della popolazione. Noi sosteniamo la chiusura dell'area a caldo, la chiusura quindi dell'impianto di agglomerazione che è quello che produce fondamentalmente la diossina, le cokerie che sono responsabili della produzione degli IPA e quindi del benzo(a)pirene, e poi dei parchi minerali che non sono solo fonte di una fastidiosa polvere da spolverare ma sono comunque fonte di metalli che non possono essere ignorati".
Nel concreto come si potrebbe intervenire?
"Ovviamente quando si parla di questo (della chiusura dell'area di produzione a caldo, ndr), ci sono i sindacati che, non si sa come mai, comunque tendono ad ostacolare questa posizione dicendo che non si possono mettere sulla strada 15.000 operai. Ma noi non abbiamo mai detto questo, non abbiamo mai detto di voler chiudere l'area a caldo così ... dall'oggi al domani. Cioè, si dovrebbe dar vita ad un programma per valutare come si possono eventualmente sistemare questi operai e il relativo indotto. Questi operai si possono sistemare facendo un progetto serio, non parlando di Area Vasta o Polo scientifico-tecnologico per l'ambiente che molti politici tirano fuori dicendo che questo darà la possibilità di nuovo lavoro. No! Perché comunque vanno considerate le alternative per sistemare gli ex-dipendenti dell'area a caldo ed eventualmente anche i disoccupati a Taranto. Si tira in ballo il problema dell'indotto, è chiaro che nel momento in cui tu hai un progetto ampio e diversificato, non con un impero uguale a quello dell'ILVA, si crea l'indotto relativo. Diversificare le imprese economiche significa creare diverse opportunità. L'agricolutura, la pesca, il turismo, l'energia solare. Noi stiamo valutando varie possiblità e per ognuna di queste ci stiamo informando e valutando quanti posti di lavoro e finanziamenti potrebbero venir fuori".
Ci sono esempi a livello nazionale di riconversione?
"Già una forma di collaborazione potrebbe essere quella che si è realizzata a Bagnoli e a Cornigliano (Ge, ndr). A Bagnoli in particolare fu creata una spa tra comune, regione e provincia, con la partecipazione anche dei privati: Bagnoli futura (si parla delle cosiddette Società di trasformazione urbana – STU, ndr.). Questa società sta lavorando per la riconversione della zona che era occupata dall'ILVA. La stessa cosa a Cornigliano, dove c'è ancora l'area a freddo; qui una parte del terreno era di proprietà di Riva ed è stato fatto proprio un accordo con Riva per poter rinnovare l’impianto di laminazione a freddo, salvaguardando l’occupazione, perché qui no!? Perché qui non si può fare una cosa del genere? Non è comunque necessario che il progetto si realizzi proprio dove adesso sorge l'area a caldo, lì al massimo si procede con la bonifica, che è già una prima opportunità di lavoro, immediata, perché è chiaro che per la bonifica è necessario del personale qualificato. Si può far fare un corso agli stessi operai e reimpiegarli. Noi avevamo pensato ad una fase di prepensionamento per quegli operai che hanno una certa età, poi ci siamo accorti che nell'area a caldo lavorano prevalentemente giovani che sono soggetti a rotazione per evitare che si ammalino troppo presto. Proporremo al Comune di Taranto uno studio sulle tipologie di lavoratori dell'area a caldo, una valutazione delle possibilità per sistemarli – quanti con il prepensionamento e quanti nell'opera di bonifica – e in più un progetto sulle alternative. In pratica noi proporremo tutto l'iter che si potrebbe seguire nel caso in cui si dovesse decidere di chiudere l'area a caldo. Quindi subito con lo smantellamento e la bonifica le prime opportunità di lavoro. È comunque necessario coinvolgere (come a Cornigliano per esempio, ndr) anche Riva. Visto che i Tarantini impiegati nell'ILVA sono meno numerosi, è inoltre fondamentale il convolgimento della provincia in questo progetto e la partecipazione di tutti. Ma per prima cosa deve cessare il ricatto occupazionale!"
La provincia, grande assente dal dibattito, dov'è la provincia? Gli agenti inquinanti e il ricatto occupazionale non sono molto rispettosi dei confini urbani, ricordiamo che l'area ad elevato rischio ambientale arriva fino a Montemesola che dista da Grottaglie solo 10 chilometri. Ciò significa che al di là di quel confine non possono pascolare gli animali, che la gente guarda con sospetto i prodotti di quelle terre, che i nostri occhi riescono a realizzare solo una parte di quella realtà, mentre tutto il resto, noi compresi, resta in ombra. Da una parte la grande madre, dall'altra le pecore che cadono senza né colpa né volontà. Qualunque sia la parte che si sceglie, è comunque necessario scegliere ed essere responsabili delle conseguenze delle proprie azioni.
Tag:
ilva, riva, inquinamento, rischio, genotosico, berillio, patrizio mazza, ematologia, tumore, tumorale, cancro, daniela, spera
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