Dopo il contributo dedicato all’analisi dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, Enzo Lacorte affronta in questo suo nuovo articolo un altro tema che in questo periodo ricorre spesso nelle cronache quotidiane, ovvero il nuovo modello di organizzazione del mercato del lavoro in Italia e quelli che sono - e, soprattutto, potrebbero essere in futuro - i nuovi strumenti di attuazione dei cosiddetti "ammortizzatori sociali".
“Da mesi si discute di ammortizzatori sociali e di superamento della cassa integrazione, e, si ripete il solito clichè, con il sindacato contrario fatto passare per conservatore ed i liberisti che si autodefiniscono innovatori perché propongono la “flexicurity”, termine su cui è opportuno spendere qualche parola di spiegazione.
La “flexicurity” è il termine con cui viene individuato il sistema di protezione sociale della Danimarca, nazione grande e popolata come la Lombardia, dove se un lavoratore è licenziato, viene preso in carica dai servizi al lavoro dello stato, gli viene concesso un sussidio di disoccupazione, gli vengono fatti frequentare dei corsi di aggiornamento o riqualificazione professionale al termine dei quali gli viene informato delle opportunità di lavoro disponibili in base alle sue capacità.
A chi non piacerebbe un sistema come quello? Stiamo però parlando di uno stato dove esiste una sola associazione dei datori di lavoro ed un solo sindacato, e dove c’è stata una lunga permanenza al potere statale della socialdemocrazia che ha permeato uno stato sociale coeso,condiviso e funzionante. Trasformare la penisola Italiana, le associazioni dei datori di lavoro italiane, i sindacati, i partiti, l'economia e gli Italiani stessi in Danesi mi sembra improbabile, perlomeno in un breve o medio periodo di tempo.
D’altronde i cantori della flexicurity non ci propongono tutto il modello, ma innanzitutto la possibilità di licenziare dando ai lavoratori un trattamento di disoccupazione, poi veda lo Stato cosa fare. Io non credo che sia giusto ma sopratutto che sia utile, perché tutti sappiamo che i nostri servizi pubblici al lavoro (il noto “ufficio di collocamento”) sono stati destrutturati e sostituiti da soggetti privati (agenzie interinali), cosi come sappiamo che il nostro paese non ha un apparato produttivo equamente distribuito ma segnato da rilevantissime differenze tra Nord e Sud, e che i tempi ed i luoghi della ricollocazione sono diversi ed in alcuni casi difficilissimi.
Ad esempio, con la chiusura della fabbrica di Termini Imerese da parte della Fiat, dove troverebbero lavoro dopo i 6 mesi di trattamento di disoccupazione quei lavoratori? Anche per questo in Italia si sono trovate delle soluzioni specifiche quali la Cassa integrazione ordinaria, la Cassa integrazione straordinaria e la cassa integrazione in deroga, in modo tale da dare ai lavoratori non solo un reddito minimo ma anche il tempo per ricercare una soluzione alternativa o - a secondo dei casi –concedere all'impresa il tempo necessario affinché essa superi le contingenze, che non sempre sono negative, poiché le imprese usano la CIG anche quando devono rinnovare gli impianti, i macchinari o i prodotti oppure – nel campo dell'edilizia e dell'agricoltura, quando ci sono condizioni metereologi che avverse (pioggia, neve, ecc.) e quindi non sono in crisi ma momentaneamente impossibilitate a produrre.
Perché in questi casi dovrebbero licenziare? Ed i lavoratori andare in disoccupazione? E quando smette di piovere o è rinnovato l'impianto o pulito o sanizzato l'impianto perché l'impresa dovrebbe di nuovo selezionare il personale che l'agenzia interinale o un collocamento efficiente gli manderebbe?
Tutto ciò premesso, prossimamente approfondiremo questi aspetti analizzando le varie forme di Cassa Integrazione esistenti, spiegando come vengono finanziate e quando sono utilizzabili."
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