E’ difficile guardare le immagini di Sarah, ora. Il dolore e la rabbia, la pietà e il senso d’ingiustizia che si prova è troppo grande. E’ quasi impossibile vedere l’immagine dello zio senza provare un forte senso di nausea, e la voglia di fargli del male. E’ difficile insomma ragionare lucidamente, a poche ore dalla notizia, ma proviamo a farlo per cercare di elaborare, cioè dare un senso, a una vicenda dura e pesante come un macigno che siamo costretti a portare.
“Ancora una volta un parente uccide una familiare che dovrebbe amare”: Chi studia queste vicende sa che il novanta per cento degli abusi e delle violenze su bambini e ragazzi (più spesso bambine e ragazze) avviene per opera di familiari stretti o di persone che ne frequentano abitualmente i luoghi di vita. L’orco, cioè il pericolo per i più piccoli non è quasi mai all’esterno e in Italia, in questo momento sono 700.000 i bambini a rischio di maltrattamento e abuso (dati CISMAI – Coordinamento Nazionale dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso - 2010).
E’ difficile accettare questo dato di realtà, perché ogni essere umano vuole conservare dentro di sé l’immagine di un genitore amorevole, capace di dare cure, sostegno, affetto. In realtà non sempre i genitori, o altri adulti da cui ci si aspetta amore, sono in grado di far questo, semplicemente e tristemente perché non ne sono capaci. A queste incapacità si somma l’incapacità del sistema sociale di intervenire in modo adeguato, cioè con aiuti terapeutici alle famiglie in difficoltà, o con l’allontanamento del piccolo dalla situazione di pericolo.
“La freddezza della mamma, anche ieri sera mentre in diretta a "chi lo ha visto" dicevano che la figlia era stata uccisa dallo zio”: E’ la freddezza di chi è sconvolto. La freddezza di chi forse aveva sospettato qualcosa che cercava di negare a se stessa, come avviene tante volte nelle famiglie in cui il padre è l’abusante e la madre “non riesce a vedere” la realtà o la nega. E’ la freddezza di chi è dentro un meccanismo – quello mediatico – di cui non conosce le regole e gli scopi, un meccanismo che a volte è un giocattolo assassino.
C’è, con certezza, qualcosa d’inumano nel modo in cui, in diretta, è stata comunicata quella notizia alla madre. Un’atroce esigenza di spettacolo che divora tutti e di cui tutti (Sarah, la madre, la conduttrice, gli spettatori) sono, allo stesso tempo, protagonisti e vittime. “La rappresentazione teatrale dello zio che di fronte alla telecamera in lacrime faceva credere di essere innocente” Il piromane si unisce a chi sta spegnendo l’incendio, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto… Sono la prova dello sconquasso che sta dentro le persone che commettono questi atti, in qualche modo vittime anche loro di se stesse e delle storie di violenza in cui sono – a loro volta – vissuti da bambini, in una catena tragica che tende a ripetersi da una generazione all’altra, come testimonia il gran numero di abusanti che da piccoli sono stati abusati.
“Il movente: ancora una volta pare a sfondo sessuale e per giunta su una minorenne”: Il movente dell’abuso sessuale, specie se rivolto a minori, non è specificamente sessuale. L’abuso è la manifestazione di una patologia dell’abusante, di solito un grave disturbo di personalità, che lo rende incapace di vedere il male che sta facendo. Tutti i disturbi di personalità nascono da “infanzie infelici”, vissute nella violenza o nella trascuratezza o nella confusione degli affetti, da coloro che da adulti faranno soffrire altre persone, a partire dai più indifesi, cioè bambini e donne.
L’ambito sessuale è spesso quello in cui spesso si manifestano (per eccesso o per difetto) i sintomi dei disturbi di personalità, perché al sesso sono legati sentimenti importanti – vitali – dell’esistenza: il possesso, l’abilità, l’accettazione, il piacere. La ragazzina adolescente attrae l’adulto squilibrato perché rappresenta la vita, quella vita che non l’ha sfamato e da cui sta per essere scacciato. “Che fare?” Dobbiamo essere più coraggiosi nel guardare la realtà che sta intorno a noi e accettare l’idea che l’attacco, cioè quella violenza che colpisce i minori sino a tragedie orribili come quella di Sarah, non viene da un nemico esterno (il delinquente, il pazzo, lo zingaro, l’extracomunitario…), ma dal luogo della protezione per eccellenza: la famiglia e gli adulti che la frequentano. Non sempre è così, purtroppo, e dobbiamo essere capaci di vedere e intervenire.
E’ possibile rendere difficile l’opera degli abusanti potenziali che sono vicino ai minori se siamo attenti a quel che succede ai nostri figli, se li spiamo per provare a capire come stanno, se siamo attenti ai segnali di disagio che il loro corpo, o le loro relazioni sociali, o il loro rendimento scolastico ci segnalano. I predatori non sono coraggiosi, ma hanno un fiuto infallibile: scelgono la vittima tra chi appare più debole e indifeso, cioè con legami fragili con altri adulti che potrebbero difenderlo. Ma c’è un’altra cosa che dovremmo fare e che difficilmente faremo da qui alla prossima tragedia: cominciare a comprendere che le risorse sociali devono essere spostate nella direzione dell’infanzia, cioè di quei bambini di cui rileviamo la difficoltà, e delle loro famiglie.
Questo – l’investimento sulle persone, a partire dalla nascita – è la priorità per un mondo migliore. Su questo dovremmo spendere e spenderci di più, in ogni modo e in ogni forma. Da oggi, anche per dare senso alla assurdità della morte atroce di una bambina.
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