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Accantonato il Natale 2017, si passa al Capodanno 2018. E il 2018? come il 1824……… e l’illusione continua…

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Quella vita che è una cosa bella,
… non è la vita che si conosce,
non la vita passata,
ma la futura.
Coll’anno nuovo,
il caso incomincerà a trattare bene
voi,me e tutti gli altri,
e si principierà la vita felice .”
(Giacomo Leopardi, Operette Morali)

Viviamo sempre aspettandoci dal futuro quello che pensiamo di non avere nel presente, in una situazione di perenne attesa, di sospensione, affidando al futuro quella felicità che noi dovremmo chiedere al presente. Quanti progetti, quante speranze, quante illusioni, quanti piani meditiamo sulla nostra vita, proiettati in un tempo ancora lontano! Quanti vivono per conseguire fama e gloria dai contemporanei, affidando il conseguimento della propria felicità al riconoscimento della propria grandezza o presunta tale! Quando le ottengono, si rendono conto dell’inanità del piacere conseguito. Come annota tristemente Pavese ne “Il mestiere di vivere”, dopo aver ricevuto a Roma il Premio Strega: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo, tutto crolla». Allora subito si cerca di conseguire la gloria della posterità, una gloria che vada oltre la nostra vita terrena e che renda immortale il proprio nome.

In maniera puntuale Leopardi osserva un atteggiamento particolare in «uomini di certa fruttuosa ambizione», una «speranza riposta nella posterità, quel riguardare, quel proporsi per fine delle azioni, dei desideri, delle speranze nostre la lode ecc. di coloro che verranno dopo di noi
La felicità è dunque per Leopardi nient’altro che una chimera, una continua e crudele illusione, uno stato d’animo che l’uomo non può fare a meno di vincolare all’immagine del futuro. Nessuno, in altre parole, potrà mai sentirsi del tutto appagato dal proprio presente, dal momento che è impossibile reprimere la speranza che il domani sia migliore dell’oggi. Dell’avvenire ci sforziamo di intravedere solo il bene, forse proprio perché il male è chiaramente percepibile giorno per giorno, e non c’è bisogno di figurarselo. Da un lato, infatti, abbiamo la certezza (che deriva dall’esperienza) della sofferenza; dall’altro il desiderio di sconfiggere il dolore. E siccome quest’ultimo ci perseguita dacché siamo al mondo, ci consoliamo con la previsione che, prima o poi, riusciremo a trovare la pace.

La battuta finale del venditore racchiude pertanto l’amarezza di chi ha compreso che, al di là delle illusioni, la vita non è che un eterno, mediocre presente. La scelta è dunque obbligata: rassegnarsi a sopportare il dolore nel presente, confidando (seppur irrazionalmente) nell’avvenire.
Solo l’ignoranza del futuro dà però l’illusione della speranza. E questa, si sa, è l’ultima a morire.
Mediteremo su questo? Non credo!

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