Recuperare i giochi di una volta è come recuperare la propria storia e identità: e il gioco è sempre figlio del suo tempo, perché si adatta ad esso.

Erano gli anni ’50 nel profondo Sud, assolato quanto povero,in cui una società prettamente contadina più che vivere… sopravviveva. La materia prima era la fantasia e ognuno la plasmava a suo modo.

Chi della mia generazione non ha mai giocato con questo oggetto?

Quanto tempo si passava in mezzo alla strada! Inventiva, fantasia, ingegno e non ultima la curiosità: ed eravamo tutti soddisfatti e sereni. Molte volte ci costruivamo da soli gli oggetti, visto che c’era penuria di quelli che oggi chiamiamo “giocattoli” e che pochissimi si potevano permettere di comprare.

Gli stessi vestiti erano quelli degli adulti o dei fratelli, sfruttati e conservati, il luogo per giocare era la strada o lo spazio libero da costruzioni: oggi li ricordiamo con nostalgia, perché tutto passa e tutto scorre come l’acqua di un fiume: πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός, come diceva il caro e saggio Eraclito.

Ricordo ai miei coetanei ed amici che, ai tempi della scuola elementare Calò, aspettando nel suo cortile il suono della campanella per entrare, raccoglievamo le ghiande che cadevano dagli alberi di leccio: esse venivano tagliate a metà e, infilandovi uno stecchino, era pronta una rudimentale trottolina. E quante volte vedevano questo “giochino” sui neri banchi della scuola, quando con i grembiulini neri frequentavamo le elementari: erano comodi perché entravano facilmente nelle tasche.

Noi ci accontentavamo di così poco o del quasi nulla.

Una curiosità: a Montedoro in Sicilia esiste un monumento dedicato alla trottola, segno evidente dell’importanza di questo gioco nella tradizione popolare.

Quel bambino sorridente con tanta fantasia negli occhi? Sono io, sei tu, siamo noi:quelli dei capelli bianchi e brizzolati.