Una figura culturale che mi ha sempre affascinato sin dai tempi in cui l’umano prof. Giovanni Di Noi (pax animae suae) la ”delineava” nelle linde aule del Liceo Classico “V. Lilla” di Francavilla Fontana. La figura di Erasmo è la più notevole tra quelle degli umanisti nordici nel periodo che precede e accompagna per mano l’età della Riforma protestante.

Di umili natali, orfano, educato in un monastero agostiniano in Olanda, Erasmo assimila l’esperienza dell’umanesimo italiano proclamando la sua gratitudine verso il Valla, di cui si sente idealmente discepolo.
Ma nel desumere criteri e metodi dall’umanesimo italiano e nel trasferirli nel mondo germanico, egli li sottopone a un’adeguata revisione che fa di lui il vero iniziatore del rinnovamento della cultura nei Paesi germanici. In realtà, Erasmo da Rotterdam non è solo un filologo. Nel suo umanesimo gravita un operante sentimento religioso, che ha sì l’impronta del platonismo ficiniano, ma porta anche, come carattere proprio e peculiare, un costante riferimento all’esempio e all’insegnamento di Cristo e l’ispirazione più tollerante verso ogni religione, insieme con una salda e ottimistica fiducia nella ragione.

Elogio della follia” (dal greco : μωρίας ἐγκώμιον) è un saggio scritto nel 1509 e pubblicato per la prima volta nel 1511. L’opera si apre con una lettera a Tommaso Moro. Erasmo durante il viaggio di ritorno dall’Italia, per recarsi in Inghilterra, per non sprecare il tempo in inutili chiacchiere, con il cocchiere decide di riflettere sul ricordo degli amici che aveva lasciato in Inghilterra. Fra i primi che gli vengono in mente c’è Tommaso Moro, il suo più caro amico. Ispirato dal suo cognome di famiglia , che richiama il termine “moria“, decide di scrivere e dedicargli un elogio alla follia e conclude la lettera, affermando che è piacevole essere trasportati dalla follia e dando un addio al suo amico carissimo, gli raccomanda di difendere tenacemente la sua ‘moria’ (che in greco significa dispensatrice di beni). La follia appare al pubblico e le persone cambiano espressione. Sono stupefatte e la loro attenzione è più attirata dalla follia che dalle sapienti parole degli oratori. Si tratta di un’opera molto originale in cui, con toni ironici e nel contempo estremamente persuasivi, l’autore affronta l’insolito tema della Follia, per sostenere che essa sarebbe la vera dominatrice dell’intera civiltà ma anche dell’esistenza di ciascun uomo, sia egli un ecclesiastico o un laico, un saggio o un ignorante, un potente o un umile.

La Follia, che viene allegoricamente rappresentata come una dea in vesti di donna, sarebbe infatti all’origine di ogni bene sia per l’umanità, sia per gli stessi dèi che riceverebbero al pari dei mortali i suoi doni: “io, io sola sono a tutti prodiga di tutto”. Ciò vale in primo luogo per il dono della vita, considerato che nel momento in cui sia l’uomo che il dio si dedicano alla procreazione debbono necessariamente “abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia”. Nessuno genera o è stato generato se non grazie all’ “ebbrezza gioiosa” della Follia. E perché un’esistenza sia felice è indispensabile che in essa trovi spazio il piacere, e cioè ancora una volta “un pizzico di follia”. Ma anche nell’ambito dei rapporti umani, dal matrimonio all’amicizia, è merito della Follia se i vincoli personali resistono felicemente, appunto “nutrendosi di adulazioni, scherzi, di indulgenza, di errori, di dissimulazioni”. Ugualmente la tenuta dei rapporti sociali, e quindi l’esistenza stessa della società, dipendono dall’ausilio della Follia. Ma più di tutto la Follia rappresenta l’unica guida per accedere alla vera sapienza: poiché infatti tutte le passioni, tutti gli umani errori e tutte le umane debolezze, rientrano nella sfera della Follia, saggio è colui che si lascia guidare dalle passioni.

Precisa l’autore che questi elementi emotivi “non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene”. Di conseguenza non può considerarsi saggio invece colui che si fa guidare soltanto dalla ragione, essendo simile ad uno spettro mostruoso “un uomo così fatto, sordo ad ogni naturale richiamo, incapace di amore e di pietà”…”un uomo cui non sfugge nulla, che non sbaglia mai, che tutto vede, tutto pesa con assoluta precisione, nulla perdona; solo di sé contento…lui solo tutto; senza amici, pronto a mandare all’inferno gli stessi dèi, e che condanna come insensato e risibile tutto ciò che si fa nella vita”. E’ preferibile quindi l’uomo qualunque, “uno della folla dei pazzi più segnalati che, pazzo com’è, possa comandare o obbedire ad altri pazzi, attirando a sé la simpatia dei suoi simili…; uno con cui si possa convivere, che infine non ritenga estraneo a sé niente di ciò che è umano”.

A mio avviso l’ “Elogio alla follia” è un’opera straordinariamente moderna, un’affascinante fantasia, in cui si esprime la ricerca di un’autenticità umana, unica possibile fonte di tolleranza e di pacifica convivenza fra gli uomini. E’ un libricino filosofico sull’importanza della vivacità mentale che stimola al sorriso. Il libro è come un teatro in cui gli attori indossano ora l’una ora l’altra maschera, mutando ruoli, prospettive e svelando l’implicito dualismo di ogni realtà, il contrasto assiduo tra razionale e irrazionale, di ignoranza e di saggezza di cui è formata la trama illusoria della vita. La follia si configura come pretesto per accusare l’ipocrisia e la condotta degli uomini.

Concludo con le medesime parole della “follia”, alla fine del libro:
“Dimentica di me stessa, ho passato da un pezzo i limiti. Tuttavia, se vi pare che il discorso abbia peccato di petulanza e prolissità, pensate che chi parla è la Follia, e che è donna. Ricordate però il detto greco: “spesso anche un pazzo parla a proposito”; a meno che non riteniate che il proverbio non possa estendersi alle donne.Vedo che aspettate una conclusione: ma siete proprio scemi, se credete che dopo essermi abbandonata ad un simile profluvio di chiacchiere, io mi ricordi ancora di ciò che ho detto. Un vecchio proverbio dice: “Odio il convitato che ha buona memoria”. Oggi ce n’è un altro: “Odio l’ascoltatore che ricorda”. Perciò addio! Applaudite, bevete, vivete, famosissimi iniziati alla Follia”.