«Siamo tutti figli della civiltà contadina. La terra è la nostra genitrice»: cosi’ disse il regista Ermanno Olmi che ambiento’ un suo celebre film in una cascina della “bassa padana” sul finire dell’ ‘800.

Famiglia e comunità

Donne che hanno lavorato accanto agli uomini zappando come loro, senza mai perdere la loro dignità e femminilità. Non si può parlare di civiltà contadina senza ricordare i valori che quella società esprimeva e che possiamo per comodità riassumere in attaccamento al lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia, spirito di cooperazione e reciproco aiuto tra famiglia e famiglia che si estrinsecava soprattutto attraverso il lavoro comunitario, onestà di comportamenti (la chiave di casa veniva lasciata, senza preoccupazione, nella toppa o sotto l’uscio), profondo sentimento di religiosità che aiutava il contadino ad accettare con rassegnazione una vita grama, fatta di stenti, di privazioni e di soprusi.

Un mondo scomparso

Parlare di mondo contadino significa rievocare una civiltà rurale arcaica che non esiste più.
La civiltà contadina, durata immutata per tanti secoli, si, è infatti, conclusa nel giro di qualche decennio, (intorno agli anni ’50-’60 del secolo scorso).

Possiamo dimenticare l’umile e laborioso animale che e’ l’asino? Quando esso si ammalava e moriva, era certamente una tragedia economica, ma era soprattutto fonte di grande dolore… La stalla, oltre alla porta esterna che dava, magari sulla strada o sul cortile, ne aveva un’altra interna, in diretta comunicazione con la cucina, e ciò contribuiva a far vivere l’animale in simbiosi con la famiglia.

Quante abitudini e i riti legati ai cicli della natura,alla superstizione, alla religione: persino pratiche magiche.Il buon senso e la saggezza popolare scandivano i ritmi di vita, e lavorativa e famigliare.

Un mondo fatto di povertà, sacrifici,sopravvivenza,lavoro, sudore ma, anche, di dignità e decoro!