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Girovagando nell’immensità della rete, ho letto che “ nell’Iliade Achille fa ungere di olio il cadavere di Ettore, prima di restituirlo a Priamo, nel sacramento dell’estrema unzione il sacerdote somministra olio santo a chi sta per congedarsi dal mondo. Commentando i riti funebri cristiani, lo pseudo Dionigi ricorda che «dopo il saluto, il sacerdote spande olio sul defunto.”

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Nel corso dei secoli, le vie dell’olio, come quelle del Signore, sono state, insomma, infinite: dall’alimentazione alla sacralità, dal rito allo scambio, alla medicina , alla cosmesi, all’industria farmaceutica nei giorni nostri.
Il termine “trappitu” ha derivazione latina:”Trapetum”: torchio, pressa. Per sineddoche è passato ad indicare, da una parte, il tutto. Varrone scrisse : “trapetum molare olearie”.

Colui che raccoglieva l’olio e lo separava dall’acqua di vegetazione (sentina) era chiamato “nachiro” (dal greco ναυ-κυριος, padrone, signore della nave) ed era anche il responsabile dei trappitari e supervisore del lavoro: il capo insomma, colui che decideva i turni di lavoro e di riposo, benediva il cibo prima dei pasti con il segno della croce e prima di raccogliere l’olio d’oliva nelle pile, recitava le preghiere della sera e il santo rosario perché “lu trappitu è comu na chiesa”.

Era un lavoro faticoso? Ce lo spiega una canzone salentina:
Se vue’ sapiri le pene de lu nfiernu, fanne nnu mese e mienzu de trappitu: la prima notte nci perdi lu sennu, l’addhe perdi lu sonnu e ll’appetitu.” (“Se vuoi conoscere le pene dell’inferno, fai un mese e mezzo di frantoio: la prima notte perdi il sonno, le altre perdi il sonno e l’appetito”).

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