Angelo Chianura, grottagliese ed amico di vecchissima data,insegnante in pensione di materie artistiche, ora ha tanto tempo per mettere in mostra il suo estro compositivo e modellatore.

L’aggettivo da accostare, quale “commento molto sintetico ” alla sua ’Ultima cena, e’ “umanissima”, e consiste in questo stare stare a tavola da parte di personaggi di tutti i giorni che sono di fronte a qualcosa che per loro non mistero ma enigma.
Una cena ultima, una cena di addio,una cena d’insegnamento e di affidamento, una cena di commiato, una cena di eredita’ e di trasmissione,una cena che ha cambiato il mondo: una scena che i racconti evangelici narrano a ogni discepolo/a di Gesù e a chiunque li legga.
Originale il pavimento in figura, simile ad una scacchiera, quasi a voler indicare la diversa funzione ed il diverso modo procedurale di ognuno di questi personaggi, chiamati a vagare per il mondo a diffondere la “buona novella” alla gente peccatrice.Lo sfondo,invece, e’ un classico portico con colonne joniche,a voler ricordare il tempo in cui questo prodigio si e’ svolto.

Di fronte a quest’opera,in maiolica antichizzata, una persona qualunque appare interamente sedotto dalla verità del racconto iconografico in cui i volti di questi uomini, i loro sentimenti, le loro mani così vivide ci fanno sedere alla tavola con loro: commensali con intensità di partecipazione,perche’ sanno di essere stati scelti per quella che sara’ una missione immortale. Gesù, in maniera originale, non e’ al centro ma alla sinistra dello spettatore: non solo attira verso di sé gli sguardi, ma fa inclinare i corpi verso di sé, in un’attrazione “sensoriale”, perché tutti i sensi di questi discepoli appaiono impegnati a discernere Gesù, il Suo dramma, e a viverlo nella loro “comunione”. In quest’opera vi è l’arte che ferisce, che non permette di essere contemplata senza che le nostre viscere si turbino. E senza che via sia totale compartecipazione, quasi foriera di una sindrome di Stendhal

L’incanto della figurazione supera tutte le epoche: questo rende i soggetti di Chianura,i suoi personaggi, i suoi volti, le sue figure, fuori da ogni caratterizzazione temporale, quindi capaci di narrare a ogni sguardo dell’umanità. Mi viene da dire che il rapporto che vedo tra l’uomo ed il mondo non e’ di serenita’ ma di drammaticita’.E confrontarsi con un soggetto come l’Ultima cena richiede una forte consapevolezza del proprio “saper fare” artistico.
È la gestualità del Cristo, con quel linguaggio delle mani, e dei commensali medesimi a scansionare la narrazione, a farci comprendere cosa stia accadendo. I volti dei discepoli sono comuni e, nello stesso tempo, impressionanti: uomini qualunque, non futuri santi, che potresti incrociare uscendo per le vie di Grottaglie e non solo. Anche questa è una scelta da apprezzare: sono uomini, non singolarità specifiche, ci sembra almeno una volta di averli incrociati.Sguardi furbi, curiosi, preoccupati: ogni apostolo ha un suo modo di rispondere all’appello del Maestro. Stanno portando la narrazione più avanti verso quello che da lì a poco avverrà ed i colori lo provano. Il tempo dal quale questa narrazione emerge richiede di non fermarsi, di procedere così come fanno i cerchi cosmici alle loro spalle, che segnano il consumarsi delle ere.

Tutto sta avvenendo all’interno del tempo, ma è fuori da ogni tempo ed attraverso ogni tempo.
L’arte produce anche questo!