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Spettatore della vita, malinconico precursore della modernità, Guido Gozzano è l’efficace contraltare alla stagione roboante di D’Annunzio.

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Il Novecento svela, dietro una forza apparente, una sensazione di vuoto e di smarrimento esistenziale. Ebbene questo vuoto e questo smarrimento furono interpretati, nei primi anni del secolo, dai poeti crepuscolari e più di tutti dal loro capofila Guido Gozzano. Chi e’ questo poeta se non l’esteta provinciale, che ha sognato a lungo amori di attrici e principesse per ripiegare infine sulla “cuoca diciottenne”? Si verifica così il rovesciamento della canonica figura dannunziana della “signora”, cui il poeta contrappone la sua Signorina Felicita: l’elogio dell’amore ancillare, dell’umile e inamabile ragazza di provincia ha una sua carica provocatoria e polemica nei confronti delle donne autentiche della letteratura.

Allo stesso modo, la villa gozzaniana, con la sua insalata e i suoi legumi, capovolge e irride il “parco”, luogo privilegiato della poesia dannunziana. Al sublime ideale superumano si oppone la prosaica ideologia di una vita piccola e borghese: e la realtà quotidiana varca per la prima volta la soglia della poesia. L’operazione si compie con un’ostentata fedeltà alla metrica tradizionale, che, nell’urto col discorso prosaicizzante, assume un sapore nettamente ironico.

Ma all’ironia si congiunge la malinconia delle cose perdute, l’incantesimo del tempo che trascorre e dissolve ogni certezza: dall’ansia di frenare la corsa del tempo ha origine il motivo della “stampa”, il vagheggiamento tra patetico e ironico del piccolo mondo ottocentesco. Possiamo immaginarcelo appena, mistico “flaneur” subalpino adagiato a un tavolo di caffe’, un po’ francescano e un po’ buddista, molto piemontese : lo sguardo perso, specchiante più la vertigine morbosa del cervello e dei bronchi che quella dell’anima, la bocca tirata ancora umida d’assenzio (il dissolvente dei maudits e degli impressionisti, il fantasticante, l’amaro elisir della fata verde distillato dalla liquoreria Leone). Ricordano i biografi che Gozzano, gelido sofista, amava passare ore e ore nei caffé conversando d’arte e ‘assaporando a fior di labbra, con gesto raffinato, un poco di assenzio, che diceva dargli qualche dolcezza’. Egli era per la Torino di primo Novecento -la città cui sono legate le date estreme della sua esistenza (19 dicembre 1883 – 9 agosto 1916)- quello che Wilde, intorno al 1890, era stato per la Londra vittoriana, o più indietro, Petronio per la Roma imperiale di Nerone : un arbiter elegantiarum, ma senza scandali, senza luci rosse e sigarette d’oriente. Molto soft e vagamente provinciale.Troppo presto il sadismo della natura malevola aveva preso di mira i polmoni del giovanissimo poeta, tagliandogli il fiato e lasciandogli giusto la consapevolezza di non avere scampo; e pure la sua arte superba -in verso come in prosa- ha sempre avuto il fiato corto, il respiro affannato, un funesto e frustrato spasimo erotico, la sincope emottoica caratteristica di tutti i geni condannati a morte dalla tubercolosi.

Giuseppe Antonio Borgese, prima e meglio di chiunque altro, seppe annusare l’odore di sensualità emanato dalle pagine di Gozzano, e meglio di tutti sentì che quell’odore (lontano ormai dal dannunziano ‘aulire’) aveva qualcosa di chiuso, di stantio, ed era come punteggiato da acredini di preziosa putrefazione.C’è nella poesia di Gozzano un «piccolo» «sole», ci sono le «piccole» «dita» baciate di una donna, c’è un «piccolo» «corpo» che ricorda, una «piccola» «voce» che canta, c’è una «piccola» «vita». In questa attenuazione di vita si svela il segreto della poesia di Gozzano: e anche tutta la sua modernità, dopo la stagione roboante di Gabriele D’Annunzio. E siamo alla stretta finale. All’epilogo borghese di una tragedia annunciata. Grand Hotel di Sturla, 15 giugno 1916 : Gozzano tenne un recital di versi, arricchito da una scelta di passi dal San Francesco.

Il 16 luglio fu travolto da un violentissimo attacco di emottisi. Ricoverato a Genova, si spense a Torino, nella sua casa di via Cibrario, la sera del 9 agosto. Assistito con amore cristiano da Mario Dogliotti, probabilmente nemmeno si agitò. Tanto lo sapeva che un’esistenza così nervosa, tutta ritmata dai colpi di tosse, era destinata a naufragare in uno sbocco di sangue.

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.
 Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno? 
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te…

…Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
 protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…
M’apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…
Quello che fingo d’essere e non sono”.

Ci sono versi più struggenti?

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