Un po’ di storia locale non fa mai male allo spirito ed alla mente. I Cicinelli, nobile famiglia originaria del napoletano, principi di Cursi e duchi di Grottaglie, nostri feudatari dal 1659 al 1806, non hanno lasciato un buon ricordo a causa della loro arroganza e violenza nel governo dei cittadini.

Di tutti i signori feudali,religiosi e laici,che si sono succeduti nel governo della nostra cittadina, solo i Cicinelli dimorarono stabilmente a Grottaglie, ma per quante personalità di elevato spicco culturale, il XVII sec. abbia potuto generare qui, non è possibile affermare che questo sia stato un periodo di serenità: la rivoluzione del 1734 e precedenti, ne costituiscono la prova eclatante. Suoni di sommossa: “il popolo comanda”. All’indomani della rivoluzione,contro la tirannia, l’episodio delle nozze della giovane Giulia Maria Cicinelli con il duca Giacomo Caracciolo, segna la fine delle problematiche ancorate al feudalesimo di fame e di soprusi.

Ai Cicinelli-Caracciolo fu concesso il fitto perpetuo dei diritti feudali… ma destinati a breve durata: nel 1806 Napoleone abolì in Italia, diritti e privilegi nobiliari. Maturava così una nuova concezione della politica e della società. Lo stemma della famiglia è conservato nel Chiostro dei Paolotti e reca la data del 1723. Il personaggio principale di questa famiglia é certamente Don Giovanni Cicinelli, principe di Cursi e primo feudatario/duca delle Grottaglie, borioso, tronfio e potente barone laico (anche coltissimo e buon letterato, e dotato di strabiliante memoria, come dimostra la sua “Censura del poetar moderno” del 1672), che fu il primo feudatario che inizio’ a risiedere a Grottaglie, in quel palazzo che e’ poi passato ad essere indicato,semplicemente, con la dicitura “lu purtone tlu Principi”!

Fu, anche, il mandante dell’assassinio di Francesco Antonio Caraglio, religioso. E così si legge in un testo dell’epoca: …(il Caraglio) “contrastato in ogni modo per le patrie leggi e per la difesa dell’immunità ecclesiastica, abbandonata la sua casa, mentre viveva esule, venne eliminato per ordine dell’empio persecutore con un colpo d’archibugio per mano di scelleratissimi sicari. Il delitto di morte sì inumana fu perpetrato in Francavilla il 22 maggio 1662 alla prima ora della notte. L’illustrissimo Caracciolo, Arcivescovo di Taranto, per rispondere alla scellerata azione comminò per tutta la diocesi la scomunica in questo tenore.

Il primo giorno della Pasqua di Pentecoste del 1622, durante la messa solenne, dopo il Vangelo, comandò che in sagrestia 24 sacerdoti, rivestiti dei paramenti sacerdotali di color rosso, portando in una mano un cero nero acceso e nell’altra una pietra nera, procedessero a due a due dietro l’altare maggiore mentre un chierico agitava continuamente un campanello; per ultimo accedeva una Dignità o Canonico in cotta e piviale nero, mentre tutti si disponevano in cerchi nel presbiterio. La Dignità o canonico, col piviale, tra due chierici con nere torce accese, salivano sul pulpito e di lì lanciava con parole appropriate il fulmine del fiero anatema. Dopo queste cose, tutti, con voce lugubre, recitavano il salmo Deus laudem meam ne tacueris. I ventiquattro sacerdoti suddetti e i due chierici sul pulpito capovolgevano i ceri accesi dai quali profluivano orrende fiamme a mo’ di lingue dalla cera liquefatta. Finito il salmo, tutti, dopo aver gettato in mezzo i ceri e le pietre, ritornavano in sagrestia, mentre le campane di tutto il paese sonavano con rintocchi funerei, come volgarmente si dice a bandolo, e così per più giorni festivi fu osservato“….