Pubblicità in concessione a Google

A metà settembre inoltrato c’è ancora chi ha i grappoli sui tralci, invenduti. Mentre i costi di produzione sono lievitati su ogni fronte. È il momento di dirlo senza giri di parole: per l’uva da tavola grottagliese questa è stata una stagione grave.

Lo avevamo scritto qualche settimana fa: il mercato dell’uva a Grottaglie stentava a partire, con tendoni pieni e compratori pochi. Poi avevamo raccontato come, anche nei rari casi in cui il prodotto trovava un acquirente, i conti per gli agricoltori non tornassero. Oggi, a distanza di tempo, la fotografia non solo non è migliorata: si è aggravata. E va detto con la chiarezza che la situazione merita.

Metà settembre, e l’uva è ancora lì

C’è chi in questi giorni, con la stagione ormai avviata verso l’autunno, ha ancora interi filari carichi di grappoli invenduti. Non parliamo di un ritardo fisiologico, di qualche settimana di scarto rispetto al solito calendario di raccolta. Parliamo di un prodotto che, semplicemente, non ha trovato mercato. Un’anomalia che chi lavora la terra a Grottaglie non ricorda con questa intensità da tempo.

Un’uva di qualità, coltivata con cura e con sacrifici economici crescenti, che in troppi casi non riesce nemmeno ad arrivare a destinazione. Non per colpa del prodotto, ma per un mercato che quest’anno non ha retto.

Il paradosso di una stagione costosa e senza ritorno

Ciò che rende questa annata particolarmente amara non è soltanto la difficoltà a vendere. È il fatto che, a fronte di un mercato debole, i costi sostenuti dagli agricoltori per portare l’uva fino a questo punto sono stati tutt’altro che contenuti. Il gasolio necessario per i mezzi agricoli è aumentato. I prodotti fitosanitari, indispensabili per difendere i grappoli da peronospora e oidio in una stagione di caldo umido, sono costati di più. L’acqua per l’irrigazione ha inciso pesantemente sui bilanci aziendali. E poi ci sono le lavorazioni manuali, prima fra tutte l’acinellatura: un intervento delicato, fatto a mano grappolo per grappolo per garantire la qualità del prodotto, che rappresenta una delle voci di spesa più onerose dell’intera annata.

Il risultato è un’equazione che semplicemente non regge: si è speso tanto, forse più che in passato, per un raccolto che in molti casi resta invenduto o viene ceduto a condizioni che non coprono nemmeno gli investimenti fatti.

Non è più una difficoltà, è un allarme

Si può ancora parlare, come si è fatto finora, di una stagione “difficile”? A questo punto la definizione sembra riduttiva. Quando un comparto che rappresenta una parte importante dell’identità economica e sociale di una città arriva a metà settembre con l’uva ancora sui vigneti, dopo aver sostenuto costi di produzione più alti che in passato, non siamo più di fronte a un contrattempo stagionale. Siamo di fronte a un’emergenza che rischia di lasciare il segno ben oltre questa annata: sulle aziende agricole, sulle famiglie che da questo lavoro traggono il proprio reddito, sull’indotto che ruota attorno alla filiera dell’uva a Grottaglie.

E chi lavora la terra, in questo momento, si trova sostanzialmente solo davanti a un mercato che non ha risposto e a spese che non si sono fermate. Senza contratti che garantiscano il ritiro, senza una domanda che assorba la produzione, restano ben poche leve nelle mani dei singoli produttori.

Una domanda che la città non può eludere

Il punto, ormai, non è più soltanto raccontare la difficoltà. È chiedersi cosa si intenda fare, a ogni livello, perché una stagione come questa non diventi la norma. Perché un’annata compromessa non resti un fatto isolato, ma un campanello d’allarme reale per il futuro di un settore che a Grottaglie non è mai stato marginale.

Pubblicità in concessione a Google