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Ieri a Grottaglie è accaduto qualcosa di importante. “Addirittura storico”, come ha scritto il sindaco in un post ufficiale. Il Consiglio comunale ha approvato il bilancio di previsione, l’atto più rilevante di tutta l’azione amministrativa. Un documento che segna il destino economico della città per i prossimi tre anni. Un momento solenne. Fondamentale. Quasi sacro, per chi ama la cosa pubblica.

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Eppure, fuori da Palazzo di Città, il silenzio. Nessuno sa niente, niente dibattiti. Nessuno ne ha parlato. Nessuno ne ha chiesto conto. Nessuno sembrava interessato. Ecco, è da qui che nasce questo post: da questa distanza ormai siderale tra la politica locale e il cittadino comune. Una distanza che fa più rumore di qualunque voto.

Un tempo, quando si parlava di bilancio di previsione, si accendevano le piazze. I consiglieri comunali erano riconosciuti per strada, fermati nei bar, sollecitati nei mercati. Oggi, con l’eccezione di una manciata di cittadini attivi, l’indifferenza sembra regnare sovrana. E la politica locale, quella più vicina alla gente, è diventata invisibile. O peggio: trasparente.

La notizia è che ieri, 4 novembre, festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il Consiglio ha approvato con 18 voti favorevoli e 5 contrari il documento finanziario del triennio. Una votazione significativa, che ha visto anche parte della minoranza – con i voti di Maria Santoro, Ciro Gianfreda e Ottavio Orlando – schierarsi per il sì. Un gesto di dialogo, maturità istituzionale, visione condivisa per molti, un cambio di casacca per altri.

Il sindaco ha parlato di “inno alla sana politica”, e ha fatto bene a sottolinearlo. Ma resta una domanda sullo sfondo: per chi stiamo scrivendo questa pagina di storia, se nessuno la legge?

Lo scenario attuale a Grottaglie

Una politica che parla, ma nessuno ascolta

Il linguaggio istituzionale è corretto, pacato, pieno di valori condivisi. I comunicati arrivano, le delibere si pubblicano, i post scorrono. Ma chi legge davvero? Chi comprende l’importanza di quegli atti? In quanti sanno cos’è un piano triennale di opere pubbliche, o una previsione di entrata? In quanti si chiedono se e come quella cifra spesa per la manutenzione o per il sociale li riguardi davvero?

La verità, amara ma evidente, è che la politica parla spesso da sola. Lo fa in una stanza piena di eco, mentre fuori si rincorrono i problemi quotidiani, le bollette, i turni di lavoro, la spesa da fare. E allora, anche l’atto più importante diventa una notizia da scorrere velocemente su Facebook, senza approfondire, senza capire. E le interazioni sotto al post del sindaco sono lo specchio di questo.

Cittadini sempre più lontani

È sotto gli occhi di tutti: la partecipazione politica è crollata. Le sale consiliari sono vuote. I comizi non esistono più. E non parliamo delle conferenze stampe. I cittadini non sanno nemmeno chi sono i consiglieri. A scuola non si parla di cittadinanza attiva, nelle famiglie nemmeno. La politica locale è diventata un sottofondo indistinto, qualcosa che si percepisce ma non si ascolta.

Una volta si litigava per il partito, si discuteva sul marciapiede, si difendeva l’assessore amico o si contestava il sindaco al mercato. Oggi, tutto questo si è rarefatto. Svanito. E il dramma è che non ce ne accorgiamo nemmeno.

Elezioni regionali: chi se ne accorge?

Tra poco si voterà per le elezioni regionali. Eppure, nessuno ne parla o se ne parla poco (esclusi chiaramente i diretti interessati) Ci sono pochi manifesti, ci sono pochi incontri, non c’è fermento. Lo sentiamo dire tra i più informati: “Sarà il minimo storico di affluenza”. Una previsione che non sorprende nessuno.

Chi andrà a votare? Quanti sapranno chi sono i candidati, cosa propongono, da dove vengono? È come se la politica fosse diventata una serie TV che nessuno segue più. Tutti presi da altro, da un presente che sembra non lasciare spazio alla riflessione collettiva. Ma quando una città smette di partecipare, chi decide davvero?

Quel che resta del senso civico

Forse il problema non è la politica. Forse il problema siamo noi. Che abbiamo lasciato la politica ai professionisti, ai “tecnici”, ai partiti. Che ci siamo convinti che “tanto non cambia niente”. Che abbiamo rinunciato al diritto più rivoluzionario: interessarci.

Quando il Consiglio comunale approva un bilancio, sta decidendo come usare i nostri soldi. Quando si vota alle regionali, si sceglie chi avrà in mano la sanità, i trasporti, il lavoro. Quando non ci siamo, qualcun altro ci sarà al posto nostro. È questo il nodo: la disaffezione è una forma di delega pericolosa.

La domanda che non vogliamo farci

Allora, sì: ieri a Grottaglie è stata scritta una pagina importante. La politica ha fatto il suo dovere. Ma noi, dov’eravamo? La verità è che oggi serve più che mai una chiamata collettiva alla responsabilità. Non per tornare ai vecchi comizi, ma per riprenderci ciò che ci appartiene: la possibilità di capire, scegliere, esserci.

La politica locale è la più vera, la più concreta, la più vicina. Ma se la ignoriamo, la stiamo condannando all’irrilevanza. E insieme a lei, anche una parte di noi. Quella che crede che una città non sia fatta solo di strade e bilanci, ma di coscienza civica.

Perché, in fondo, il palazzo è nostro. Ma se non ci entriamo più, se non bussiamo, se non guardiamo dentro, allora diventerà davvero un’altra cosa. Una cosa lontana. Sconosciuta. Inutile.

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