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C’è un dato che più di tutti racconta le Regionali a Grottaglie: non è il 66% di Antonio Decaro, non è il 32% di Luigi Lobuono, non sono le centinaia di preferenze dei candidati locali. Il vero protagonista di questa tornata si chiama astensione. Due grottagliesi su tre hanno scelto di non votare. E questo, per una comunità che ama definirsi “partecipe”, dovrebbe far rumore più di qualsiasi percentuale.

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Grottaglie è stata, in pochi anni, tante cose diverse. Nel 2020, con il “traino” di Maria Santoro e i suoi quasi 2.200 voti, era diventata il simbolo di una parte di centrodestra e civismo capace di strutturarsi e parlare alla città da una veduta diversa (qui si governa a senso unico ormai da 30 anni). Poi alle Comunali la situazione si ribaltò (tornando alla consuetudine tutta grottagliese), e l’attuale amministrazione di centrosinistra continuò con il secondo mandato. Oggi, nel 2025, la stessa Grottaglie consegna sempre al centrosinistra e a Decaro un risultato plebiscitario, con un consenso che va ben oltre la media regionale. Nel mezzo, però, c’è un pezzo di storia che rischia di passare sotto traccia: la progressiva uscita di scena di una fetta enorme di elettori.

Chi va a votare si sposta, sperimenta, premia a volte un progetto, a volte invece resta fedele. Ma la maggioranza silenziosa, quella che resta a casa, sembra dire: “Questa partita non mi riguarda”. E se una Regione decide per la sanità, i trasporti, il lavoro, la formazione, non può essere un dettaglio che la maggioranza dei cittadini non senta più la necessità – o il senso – di partecipare.

C’è poi un altro elemento su cui vale la pena soffermarsi: le candidature grottagliesi. Alessandra Lacava, Giusi Cassese, e prima ancora Maria Santoro, Ciro Petrarulo (per fare alcuni esempi, nel 2020 erano ben 7 i candidati) hanno messo faccia e programmi per convincere la città. Grottaglie continua a esprimere donne (e uomini) che si mettono in gioco su scala provinciale e regionale, si misurano con liste, correnti, territori. Nel 2020 quella spinta si tradusse in un exploit personale e in un racconto di città “trainata” verso un civismo marchiato di centrodestra. Oggi, nonostante buoni pacchetti di preferenze, nessuna delle candidate grottagliesi riesce a sedersi in Consiglio regionale.

Significa che la forza del singolo non basta più? O che i “patti di territorio”, una volta decisivi, oggi pesano meno di algoritmi, equilibri interni di partito e geografie provinciali? Probabilmente un po’ entrambe le cose. Di certo, per chi dalla politica locale promette “peso in Regione” e “rappresentanza del territorio”, questa tornata dovrebbe essere un campanello d’allarme.

E’ diventato quasi grottesco assistere, ad ogni tornata elettorale, al rituale del “piangersi addosso” perché da Grottaglie in Regione non ci va nessuno “da una vita”, senza però avere il coraggio di guardare in faccia il vero problema: siamo noi a non fare mai squadra. Nel 2020 abbiamo contato qualcosa come sette candidati grottagliesi, un piccolo esercito di aspiranti consiglieri che, invece di convogliare le forze su un nome forte e condiviso, si sono fatti la guerra a colpi di micro-consensi, pacchetti di voti promessi, parentele e amicizie, fino a disperdere qualsiasi possibilità concreta di far sedere un grottagliese a Bari. Bastava puntare su una candidatura credibile (e tutte lo erano), unica, e difenderla davvero. E invece no: ognuno nel suo comitato, ognuno nella sua bolla, ognuno convinto di “avere i numeri”. Poi, quando i numeri veri arrivano, sono sempre troppo pochi. E la cosa paradossale è che, anche quando non siamo pieni di candidati locali, una parte consistente del ceto politico e amministrativo passa il tempo a spingere su profili di altre città, su candidati forestieri, su equilibri di partito che hanno più a che fare con le correnti regionali che con i bisogni di Grottaglie. Così accade che i grottagliesi riempiano le urne di preferenze per chi grottagliese non è, e poi il giorno dopo ci ritroviamo a dire – con finta sorpresa – che “ancora una volta Grottaglie non ha rappresentanza in Regione”. La verità è che la politica locale (senza distinzioni di colori), da anni, certifica e alimenta questa assenza, continuando a dividersi, a moltiplicare le candidature e a regalare consenso fuori città, salvo poi lamentarsi che nessuno, nei palazzi regionali, ascolta davvero la voce di Grottaglie.

Grottaglie, insomma, esce da queste Regionali con una doppia faccia. Da un lato, è una città che si schiera nettamente: quando vota, oggi vota Decaro e il centrosinistra, confermando una certa sensibilità progressista che ciclicamente emerge nella storia cittadina. Dall’altro, è una comunità che si sta ritirando dal campo di gioco, che osserva la politica da bordo campo, scettica, stanca o semplicemente disillusa (ne avevamo parlato anticipatamente qui).

La domanda, a questo punto, non è solo “chi ha vinto”, ma chi sta perdendo. Perché se la partecipazione crolla, se le candidature locali non si trasformano in rappresentanza, se il legame tra piazza ed istituzioni si allenta, a perdere non è un partito o una coalizione: è la città.

Grottaglie ha dimostrato di saper cambiare idea, di non essere blindata in un recinto ideologico. Ma ora è chiamata a qualcosa di più difficile: ritrovare un motivo per credere che il proprio voto conti ancora. La sfida, questa volta, non è solo di Decaro, di Lobuono o dei loro partiti. È di chi amministra la città, di chi siede nei consigli, di chi guida i partiti sul territorio. Saranno capaci di parlare anche a quel 65% che ha deciso di spegnere la luce sulle urne?

Se la risposta continuerà a essere “no”, allora sì, avremo cambiato bandiera. Ma avremo perso, un pezzo alla volta, una cosa molto più preziosa: la voglia di esserci.

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