“…Andando avanti, senza saper cosa si pensare, (Renzo) vide per terra certe strisce bianche e soffici, come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, né, per il solito, in quella stagione.

Si chinò sur una di quelle, guardò, toccò, e trovò ch’era farina. «Grand’abbondanza», disse tra sé, «ci dev’essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna». Ma, dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarli pani.

Ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; perché, diamine! non era luogo da pani quello. «Vediamo un po’ che affare è questo», disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente un pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. – È pane davvero! – disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: – così lo seminano in questo paese? in quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? Che sia il paese di cuccagna questo? – Dopo dieci miglia di strada, all’aria fresca della mattina, quel pane, insieme con la maraviglia, gli risvegliò l’appetito. «Lo piglio?» deliberava tra sé: «poh! l’hanno lasciato qui alla discrezion de’ cani; tant’è che ne goda anche un cristiano. Alla fine, se comparisce il padrone, glielo pagherò». Così pensando, si mise in una tasca quello che aveva in mano, ne prese un secondo, e lo mise nell’altra; un terzo, e cominciò a mangiare; e si rincamminò, più incerto che mai, e desideroso di chiarirsi che storia fosse quella.

Appena mosso, vide spuntar gente che veniva dall’interno della città, e guardò attentamente quelli che apparivano i primi. Erano un uomo, una donna e, qualche passo indietro, un ragazzotto; tutt’e tre con un carico addosso, che pareva superiore alle loro forze, e tutt’e tre in una figura strana. I vestiti o gli stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; e andavano, non solo curvi, per il peso, ma sopra doglia, come se gli fossero state peste l’ossa. L’uomo reggeva a stento sulle spalle un gran sacco di farina, il quale, bucato qua e là, ne seminava un poco, a ogni intoppo, a ogni mossa disequilibrata. Ma più sconcia era la figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi; e di sotto a quel pancione uscivan due gambe, nude fin sopra il ginocchio, che venivano innanzi barcollando.

Renzo guardò più attentamente, e vide che quel gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo, con dentro farina quanta ce ne poteva stare, e un po’ di più; dimodoché, quasi a ogni passo, ne volava via una ventata. Il ragazzotto teneva con tutt’e due le mani sul capo una paniera colma di pani; ma, per aver le gambe più corte de’ suoi genitori, rimaneva a poco a poco indietro, e, allungando poi il passo ogni tanto, per raggiungerli, la paniera perdeva l’equilibrio, e qualche pane cadeva…”.

Ma, consoliamoci: anche noi grottagliesi abbiamo avuto il nostro tumulto per fame (gasterotumulto, ovvero il tumulto dello stomaco), anche se meno famoso e storico di quello descritto dall’immortale scrittore lombardo. Nel 3° volume (1943-1961): ”Amministrazione ed amministratori postunitari grottagliesi”, gli autori Francesco Stea e Luigi Galletto, a pag.15 scrivono: “il 21 novembre 1943 un grave tumulto sconvolgeva la nostra cittadina.Un migliaio di facinorosi insorgeva,Il Comune era in preda alle fiamme, mentre il Commissario prefettizio,l’avv.Raffaele Traversa rimaneva ferito ad opera di alcuni dimostranti”.

Riassumo i fatti, sempre dalla predetta opera tenendo conto, anche, di qualche testimonianza orale. La sera del 20 dicembre 1943, verso le ore 19.00, arrivava a Grottaglie un autocarro con 40 quintali di grano da scaricare presso i magazzini del grossista Ostilio, ma ripartiva con altrettanti quintali di zucchero destinati altrove.
Alla vista di cio’, circa duecento persone, come relazionava due giorni dopo l’avv.Traversa al Prefetto di Taranto, della sezione comunista di Grottaglie si opponevano alla partenza del prezioso carico, asserivano che il grano era ammuffito e che lo zucchero mancava del tutto. Gli abitanti di Grottaglie, informati dai paesani che lavoravano all’Arsenale o al Cantiere Tosi, lamentavano trattamenti diversi tra cittadini e provinciali.

La mattina del 21 dicembre, mentre gli uomini capeggiati da Salvatore Perduno, capo storico e carismatico del P.C.I. grottagliese, si accingevano a recarsi a Taranto per riferire al prefetto lo stato di disagio, una folla di donne, con mazze e bastoni, si agitava al grido: ”vogliamo pane e farina”; le stesse accusavano il commissario prefettizio “ di aver riferito alle autorita’ superiori che Grottaglie non aveva bisogno di derrate perche’ tutti stavano bene”.
La fame, si sa, e’ cattiva consigliera: le donne diventavano una moltitudine che si riverso’ nell’Ufficio di Polizia Urbana, danneggiando mobili e documenti; e visto che l’avv.Traversa correva verso il Municipio, lo inseguirono e lo malmenarono.

Tra le piu’ scalmanate La Sorte Paolina e Nisi Maria: un tale Anti Cosimo lo colpi’ alla testa con un colpo contendente. Altri facinorosi si introdussero nel Municipio devastando e bruciando documenti.
Il vice prefetto ispettore Giuseppe Gazzilli nella relazione ispettiva del 24 dicembre, parlava di gravi danni all’Anagrafe,allo Stato Civile, alla Leva, all’Annona:rimarcava la distruzione di armadi, di scaffali, di tavoli di atti e documenti: si salvarono quelli giacenti per terra.
Rilevava ancora il Gazzilli, ancora, lesioni all’edificio: porte,finestre ed infissi abbattuti.Macchine da scrivere contorte ed inservibili.
Non paga di tanta distruzione, la moltitudine si recava alla villa dell’avv. Antonio De Rossi e a quella dell’avv. Antonio Traversa, mettendo a soqquadro ogni cosa.

Furono arrestati i capi del Partito Comunista che negarono di esser i manovratori. Altre persone vennero denunciate per il saccheggio, ma soltanto Cosimo Schiavone per l’incendo.
La sentenza del 21 luglio 1944 ritenne non doversi procedere contro tante persone, perche’ i reati loro addebitati gia’ estinti per amnistia. Il solo Schiavone fu condannato a 6 anni e 9 mesi di reclusione e a 9 mesi di arresto.

E cosi, anche un piccolo paese come Grottaglie, aveva il suo “gasterotumulto”.