I ricordi appartengono a un mondo povero e contadino e il mio sguardo, misurando il divario fra come eravamo e come siamo diventati, è ancora più stupito, perché sembra incredibile che solo poco più di cinquant’anni ci possano separare da un modo di vita tanto diverso e tanto aspro.

Di solito si andava a scuola verso i primi di ottobre (il fatidico 1° ottobre); prima però che la classe fosse al completo si arrivava anche agli inizi di novembre e qualche volta a dicembre .Le assenze erano numerose durante l’anno, specie da parte dei maschi che sembravano più vulnerabili delle femminucce. Si frequentavano le lezioni dalle 08.00 alle 12.30. Poche cose in una cartella di cartone color cuoio: qualche quaderno con la copertina nera e l’etichetta bianca, il sillabario(dalla terza classe il libro sussidiario e quello di lettura), l’astuccio di legno o di cuoio anche a doppio scomparto con dentro una cannuccia con l’assortimento di pennini con la punta “a torre” traforati, che scrivevano sottili come un capello, ma che si spezzavano subito, qualche foglio di carta assorbente, una gomma da cancellare (il più delle volte sporca), il famoso”pulisci pennino” ed alcune matite colorate di legno non tinto. Per i maschi era obbligatorio il grembiule nero con fiocco blu, mentre per le femmine quello bianco, con un fiocco rosa o blu sotto il colletto. Le aule erano molto grandi: vi si riunivano in ognuna dai quaranta ai cinquanta alunni,vi erano le pluriclassi dove sedevano magari nello stesso banco ragazzotti già con la peluria sulle labbra (qualcuno era pluri ripetente!) e bambini alle prime prese con la scuola. I banchi, per due scolari o per tre, avevano un lungo piano inclinato e i sedili uniti gli uni agli altri. L’inchiostro stava in tanti vasetti infilati nel piano, riempiti al mattino dalla bidella e, spesso, per qualche scrollone, dovuto a bruschi spostamenti , fuorusciva facendo cadere macchie sul banco e per terra: si sentiva veramente il profumo d’inchiostro!Durante l’inverno faceva freddo, venivano i geloni e non era raro sentir battere i denti…quindi spesso si stava in aula con il cappotto.

Quando pioveva a dirotto, i più “abbienti” portavano i “gambali”! Qualche esercizio fisico di ginnastica (il maestro insegnava tutto, anche la ginnastica). tentava di ovviare al disagio della gelida temperatura in aula..La confusione era comune: urla della maestra o del maestro, pianti, spintoni… vi erano gli indisciplinati che andavano a finire spesso dietro la lavagna o nel banco “dell’asino” o con i ceci sotto le ginocchia. Sovente le maestre o maestri calavano la bacchetta flessibile e sottile sulla schiena e sulle dita dei malcapitati; schiaffi, pizzicotti e tirate d’orecchie erano la norma. “Picchiare” era un’abitudine diffusa. Tale metodo pedagogico (sancito dal sistema) lo usavano i preti, i genitori, i parenti e quindi anche le maestre. I bambini in generale erano rassegnati e non avevano dalla loro parte alcun difensore ed in tutta franchezza, neppure lo richiedevano. Se si riferiva a casa di averle prese a scuola dai maestri, arrivava puntuale anche la dose successiva da parte dei genitori. Verso le 10.00 suonava la campanella per la ricreazione che si faceva in classe: chi si mangiava una pizzetta comprata al forno prima di entrare a scuola, chi addentava due fette di pane imbottite con mortadella,chi divorava(la maggior parte) il celebre”pane olio e pomodoro” e chi guardava… Alle dodici e venticinque il maestro faceva mettere le poche cose nella cartella e faceva indossare il cappotto e tutti in riga sul corridoio ad aspettare lo scampanellio del bidello. Finalmente si usciva. Fuori della scuola pochissimi genitori ad aspettare… si andava a gruppetti a casa e ci si salutava per l’indomani, oppure ci si dava appuntamento per giocare nella piazzetta subito dopo pranzato. Le vacanze duravano tre mesi , ma i compiti da svolgere durante le vacanze erano molti e si ottemperava puntualmente a questo”sacrificio”L’obbligo scolastico terminava in classe quinta elementare , anche se molti lasciavano gli studi in classe terza per aiutare i propri familiari nei lavori. Solo chi aveva grandi possibilità economiche continuava gli studi andando alle scuole medie o di avviamento professionale e poi alle scuole superiori e, quindi, proseguiva con l’università (rara avis).

Quattro ore al giorno per sei giorni. Un solo maestro. Era la scuola elementare degli anni 50-’60. Solo le scuole cattoliche offrivano il doposcuola. In quelle statali era poco diffuso. In quegli anni, prima della media unificata, partita nel ’63, oltre l’80 per cento dei bambini che finivano le elementari proseguivano nelle scuole d’avviamento professionale:tale scuola era declassificata in quel periodo perchè chi ci si iscriveva era ritenuto, in un certo modo, uno… svogliato. O un asino (chiedendo scusa al nobile animale). Anche se oggi fortunatamente scomparsa, una grave malattia era l’incubo di quei tempi., la poliomielite. Questa terribile malattia, molto contagiosa, chiamata anche paralisi infantile, si propagava facilmente per le pessime condizioni igieniche in cui la maggior parte della gente era costretta a vivere. La sola parola incuteva terrore! Troppi individui in promiscuità, in ambienti piccolissimi, spessissimo senza acqua corrente e con il gabinetto in comune con tutto il vicinato. Questa situazione favoriva anche l’insorgere di malattie respiratorie, come tonsilliti, laringiti, faringiti, oltre a quelle gastroenteriche e parassitarie, come il terribile tifo petecchiale. Specialmente per i primi due anni, la scuola era vista da molti bambini come una sorta di prigione, abituati a vivere quasi sempre all’aperto: la lunga immobilità, la disciplina, i colori non certo allegri, portavano a frequenti crisi di pianto senza apparente motivo, che però erano molto contagiosi, tanto da costringere il maestro, a inventare espedienti come il canto per rompere la tensione. Quante volte, guardando dalla finestra sulla strada, ho invidiato quei bambini che giocavano nelle strade e correvano felici. In questo contesto, era molto gradito a noi bambini, qualsiasi avvenimento che rompesse la monotonia quotidiana, come le rarissime escursioni o gite (ne facemmo una ad Oria nel 1958), i cortometraggi sulla natura e la visita del “carabiniere.”

A quei tempi, i residuati bellici erano ancora molto frequenti, e il loro ritrovamento accidentale provocava parecchi morti e feriti, specialmente tra i bambini, tanto da costringere le autorità governative a massicce campagne d’informazione. Una delle più efficaci, ma certamente più macabra, utilizzava una foto su di un manifesto, che raffigurava un bambino con i moncherini fasciati da bende insanguinate, che piangeva disperato, con attorno le riproduzioni di bombe e mine con la scritta, “se le trovate non toccatele” (lo ricordo come se fosse ieri). Il carabiniere, girava per le scuole(all’epoca un’unica scuola elementare e media) con un campionario di ordigni, per farli vedere, e per descriverci i loro effetti devastanti. Erano sicuramente tempi duri, i metodi di insegnamento certamente un po’ ruvidi, ma a noi bambini insegnavano l’educazione, il rispetto delle persone, e delle istituzioni e nessuno si è mai sognato di contestare. Un episodio di bullismo odierno, a quel tempo, sarebbe risultato impensabile, e anche l’aspetto nozionistico non era certamente trascurabile:un bambino di terza elementare conosceva le regioni italiane, le città, un po’ di storia e sapeva a memoria tutte le tabelline. Provate oggi a chiederle, magari a un maturando!