Ricordo, come in un sogno, una giornata mite, senza sole e senza vento, e quella mattina,sorridente e felice come una Pasqua, indossando il bel vestito da “pellerossa” compratomi, penne sulla testa, lancia, scudo di legno e calumet, mano nella mano con mia madre mi recai nello studio di fotografia della “premiata ditta De Vincentis “, a Grottaglie, in via Battista, di fronte a quelli che furono i magazzini Stella (qualcuno li ricorda?).

Quanta gioia nel cuore!

Per un sol giorno ti illudevi di essere un personaggio famoso,un soldato, un burattino,una maschera, un protagonista delle fiabe o dei libri di avventure.
Una curiosità: ci si pitturava di nero la faccia con la fuliggine del camino perché allora non c’erano trucchi ed i soldi erano molto pochi.

Le strade erano piene di coriandoli, di mascherine (per lo più “arlecchini”), di grida dei bambini anche non mascherati:ogni tanto incontravo compagni di classe e ci sorridevamo;i più avevano soltanto maschere di carta sul viso comprate da Barbalucca e dal “greco”, suoni di colpi di qualche pistola “da sceriffo” per i più fortunati,molte spade artigianali di legno al vento, pistole ad acqua, qualche “carruzzone” che scivolava rumorosamente sulle “chianche” delle strade.
Chi non è più un ragazzo ed ha i capelli almeno brizzolati, rammenta nella sua giovinezza il mito del West, alimentato soprattutto da una filmografia che creò degli stereotipi divenuti classici. Il cow boy, lo sceriffo, gli indiani, l’avventura, le cavalcate nelle immense praterie, le immancabili sparatorie, la vittoria dei “buoni”bianchi sui “cattivi” pellirosse. Gli indiani erano selvaggi e gli eventuali indiani buoni erano quelli disposti a collaborare con l’uomo bianco…noi giocavamo e sognavamo così
Ma, alla fine, tutti contenti, mascherati o no: la festa era dentro di noi.

Così, tanto per ridere.I segni sul mio viso, per richiamare quelli dei nativi americani, furono fatti col rossetto da mia madre: era il 3 marzo 1957.