Porto il mantello a ruota e fò il notaio” (si cantava negli anni ’30 sulle note della canzone “Signorinella Pallida”), emblema di potere economico e sociale solido, e, successivamente diventato abbigliamento popolare.

E’ stato citato anche da Giovanni Boccaccio:” acciò che tu mi creda io ti lascerò pegno questo mio tabarro”.
Da bambino, nella Grottaglie sperduta tra queste terre del Salento, vedevo uomini portare il tabarro per proteggersi dal freddo e dal vento, con un buon cappello calcato sulla testa, fieri, impettiti, con sguardi severi e per me imperscrutabili, uomini che entravano o lasciavano l’osteria (qualcuno/a ricorda la “cantina di Pizzichicchio” sulla Maddalena?), arrivavano nelle case e dopo discorsi di poche parole se ne andavano silenziosi o, altrettanto silenziosi si sedevano nelle cucine ad osservare distaccati il lavoro delle donne (altri tempi), lanciando ogni tanto qualche parola e commento sull’asino che avevano nella stalla o sulle previsioni di raccolto.

Come in un sogno, avvolto dalla nebbia del tempo, ricordo un signore di Grottaglie, magro come un “bastoncino” (era il suo soprannome) di legno, che girava col tabarro sulla sua bicicletta, incurante del vento e del freddo.