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Non si puo’ dire che Vincenzo Giovanni Spagnulo, “Iadduzzu”(1905/1985),abbia goduto di notevole fortuna, nonostante la stima tesimoniatagli ben presto dai suoi Maestri: “grande torniante,ceramista impeccabile,artiere di grande decisione” lo aveva definito il padre della ceramica italiana, G. Bellardini, Direttore dell’Istituto d’Arte di Faenza, in una lettera del 18.7.1949.

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La maggior parte delle testimonianze dell’artista sono in riviste come “La Disfida” di Corato o in qualche articolo su quotidiani, come la Gazzetta del Mezzogiorno di Bari o il Corriere del Giorno di Taranto e non sono andati al di la’ di sintetici giudizi o apprezzamenti generici.Gli unici interventi critici piu’ “ consistenti” sono stati quelli di G. Sciortino e U.Nebbia in occasione, rispettivamente, della Mostra Nazionale della Ceramica del 1959 e del 1966 alla Galleria Taras di Taranto.

In particolare lo Sciortino ha sottolineato, tra le componenti caratterizzanti la cultura dell’artista, un certo classicismo che si riferisce sia a quello greco che a quello rinascimentale.Partito dall’esperienza artigianale grottagliese a cui lo ha educato il padre,Spagnulo ha dato luogo ad una ceramica invetriata, con ricerca squisita di effetti di grazia e raffinatezza.La sua e’ stata una ceramica di pura impressione, superata da una visione di vita ricondotta al suo primo calore in cui il “bello ideale” si e’ sposato con la totale padronanza della tecnica del tornio e la grande abilita’ nell’uso degli smalti.
Il Nebbia ha indicato invece la grande arditezza delle forme e l’interesse per l’arte dei primitivi che hanno rappresentato, tutto sommato,un atteggiamento romantico del suo spirito.Spagnulo ha impresso alla sua scultura di avanguardia una inclinazione alle forme esotiche ove il sole e il colore hanno fissato in eterno l’unione geometrica dei colori.Rubando l’oro al sole e il cloro alle piante il ceramista grottagliese ha fuso come neve l’argilla tenera, dando senso musicale ai suoi accordi.
I suoi sono colori metallici, freddi, che sembrano respingere la luce in ogni parte,mentre i vuoti e i pieni riconquistano lo spazio ormai perso.

I due giudizi,certamente esigui per quel che avrebbe meritato lo Spagnulo,inducono,per consolazione, ad “ adattare” al medesimo una frase di Carlo Bo, pronunciata nel 1971 in occasione di una rassegna di scrittori marchigiani: ” La critica ha saltato Spagnulo e così ha salvato la sua poesia”.

Nella foto:la Madonna di Mutata,collezione privata

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