Vincenzo Giovanni Spagnulo, ceramista grottagliese (Grottaglie1905 – Lamezia Terme 1985). Partito dall’esperienza artigianale grottagliese a cui lo ha educato il padre, Spagnulo ha dato luogo ad una ceramica invetriata, con ricerca squisita di effetti di grazia e raffinatezza.

La sua e’ stata una ceramica di pura impressione, superata da una visione di vita ricondotta al suo primo calore in cui il “bello ideale” si e’ sposato con la totale padronanza della tecnica del tornio e la grande abilita’ nell’uso degli smalti. Nelle sue figure ho visto il passato,bianchi fantasmi una volta conosciuti, coi visi atteggiati ad una tristezza senza fine, proprio perche’ consci di incarnare cio’ che non e’ piu’.Ebbe una straordinaria capacita’ nella lettura e comprensione del disegno,un colpo d’occhio sicuro, non disgiunto da qualita’ inventive,nel difficoltoso ed affascinante lavoro del tornio!E’ certo, comunque, che l’argilla e gli smalti non ebbero segreti per lui. Miscelati con indiscussa abilita’, essi partorirono forme sempre piu’ originali, in quanto hanno rappresentato modi di senrtire piu’ che di vedere.Mi ritorna in mente nella sua bottega, chino sul tornio, con le maniche della camicia alzate e le mani impiastricciate di argilla: ”Sfido chiunque al mondo a fare sfera di argilla perfette e tonde come le mie”. Ecco, quest’aria guascone apparteneva al personaggio ( Iadduzzu !), narcisista ed altero in quest’arte ereditata dal padre ed ora sua.Ricordava volentieri la sua fanciullezza, la bottega paterna, il fratello Cosimo, morto prematuramente ed a cui era tanto legato, le sorelle Camilla e Marietta, tanto amate.

E sempre per sottolineare i sacrifici fatti, per mettere in evidenza che si era costruito da solo, contro tutti e tutto. La morte del figlio, di nove anni, era la spina che si portava dentro: me ne parlava malvolentieri, misurando le parole e chinando la testa sul lavoro. Ed ecco allora che il viso del bimbo veniva fuori in quello dei suoi personaggi: tristi,come quelli di gente che sa di dover morire. “non ho avuto fortuna” , cosi’ diceva continuamente. La famiglia lo aveva trattenuto dal raggiungere altre mete, altri traguardi, a cui la sua bravura sembrava destinarlo.Era in perenne rimbrotto contro il destino,che lo aveva allontana da Firenze, facendolo ritornare nell’assolato paese natio.Il camice, una volta lindo e bianco,era sempre sporco di colore e le spatole, le stecche, gli altri arnesi erano vecchi di almeno trent’anni, legato come era, in maniera morbosa, a cio’ che gli ricordva il passato.La sua e’ stata una fanciullezza mai troppo rimpianta, e sempre in memoria: che e’ legia, vena di malinconia,tristezza mai doma,reminiscenza di forme paterne e vicoli bianchi, di antri fumosi ove care e fugaci ombre si affannano davanti ai fuochi per l’ultimo parto di un informe impasto.

Nelle sue figure ho visto il passato,bianchi fantasmi una volta conosciuti, coi visi atteggiati ad una tristezza senza fine, proprio perche’ consci di incarnare cio’ che non e’ piu’.Ebbe una straordinaria capacita’ nella lettura e comprensione del disegno,un colpo d’occhio sicuro, non disgiunto da qualita’ inventive,nel difficoltoso ed affascinante lavoro del tornio.
Lo ricordero’ cosi, col sorriso sulle labbra,come un bambino birichino che ride mentre gioca in una piazza assolata.

E Vincenzo G.Spagnulo fu artista o artigiano? 
Il primo inteso come inventore/creatore di forme nuove e degne del massimo rispetto culturale, certamente fondate su capacità di mestiere che dovevano però essere fecondate, per raggiungere i gradi più alti del valore artistico, da fatti di elaborazione mentale/concettuale Il secondo, l’artigiano, guardato viceversa come un ripetitore di oggetti e di forme predeterminate da una tradizione secolare continuamente aggiornata e replicata grazie alla padronanza di un mestiere per il quale la destrezza della mano conta di più dell’invenzione intellettuale. Quali i confini tra le due figure? Eterna “vexata quaestio”…