Il teatro, la cui origine si perde nella notte dei tempi, assume sempre più connotati tecnologici e sociali nell’era del XXI secolo.

La sua utilità, nella società contemporanea, svaria in diverse e proficue funzioni, quali quelle creative,psicologiche,politiche(nel senso di socialità),estetiche e…didattiche. Aristotele “parlava” di catarsi ovvero “purificazione” dello spettatore, come liberazione da traumi e situazioni difficili.

E lo stesso Brecht, che se ne intendeva, diceva che” il teatro non può cambiare il mondo, ma può cambiare gli spettatori”.
Detto questo, ieri sera mi sono “gustato” al Monticello la rappresentazione teatrale dal titolo “La Chiazza Cuperta”, in due atti, il cui autore è Gaspare Mastro, personaggio di indubbia e spiccata abilità figurativa e cromatica grazie ai suoi quadri che trasudano di memorie e di ricordi.

Mi disse Gaspare Mastro in una circostanza: ”Ogni giorno che passa sento sempre più forte l’esigenza di tuffarmi con la mente nel passato, un passato fatto di situazioni e particolari che ancora oggi sono vivi nel mio cuore. Gesti quotidiani di persone e parole di un mondo che, sempre piu’ vedo allontanarsi sotto i miei occhi“…
Beh, ciò che questa bellissima commedia mi ha comunicato, è proprio questo! Io sono stato preso per mano e trasportato fuori dal tempo da un testo suggestivo e rievocativo, in un’altra dimensione ove i ricordi vengono a iosa e sempre tristi, perché tali li rende la lontananza nel tempo.  E lo stesso titolo eèforiero di questa “aria passata” che ti prende e ti avvolge, ma dolcemente, come la mano amica di qualche persona cara che ti sorride e ti fa l’occhiolino.

Sulle orme di Aristofane e Plauto, Gaspare Mastro ha dipinto e rappresentato, coi colori dell’animo,uno spaccato dell’ agora’ (’ἀγορά) greca e del forum romano, ovvero il centro pulsante della quotidiana commedia umana con tutte le sue debolezze,difetti,pregi,gioie,miserie, il contenitore dell’esistenza umana.

Quelle grida,in un continuo via vai di dialoghi ed equivoci, si scontrano e si coniugano mirabilmente tra loro, in un gioco eterno di situazioni, alcune volte paradossali, alcune volte risibili,che ricorda la commedia eduardiana. Con bellissimi dialoghi, impreziositi dal nostro dialetto che rende appieno l’immediatezza dell’azione, Gaspare ha dato un’ottima e precisa prova sia come autore,interprete e regista dal “multiforme ingegno”.

E se pur posso vedere un intento “didascalico” in questo lavoro, ebbene Giovanni Verga mi soccorre con la sua teoria “dell’ostrica”:accontentiamoci del presente(carpe diem di oraziana memoria) non ci distacchiamo da esso perché, come l’ostrica lontana dal suo scoglio a cui e’ aggrappata,possiamo morirne.

Il mio plauso, quindi, più sincero a Mastro, ai ”suoi” attori ed a tutto lo staff per la loro bravura,semplicità di esposizione e professionalità.