La “cicculatera” era la macchinetta del caffè. Fatta di lamiera o di rame, aveva una forma conica imperfetta; un lungo manico dello stesso materiale che si surriscaldava al contatto con il fuoco, cosicché bisognava utilizzare una presina o un semplice straccio per ritirarla.

Più spesso,oltre al caffè, che era merce rara per l’epoca, si trattava di orzo tostato e macinato “ccu lu macinieddu”. Consentiva di fare il caffè per infuso (il tipico caffè turco), perciò era necessario filtrare il composto con un colino che separava il caffè da bere dalla polvere “a posa” e questa, in tempi di povertà, veniva riutilizzata mista a orzo. 
In alcuni paesi si usava bere il caffè corretto con anice. Durante l’inverno questo bricco, oltre ad essere usato vicino al fuoco del focolare, si metteva anche “intr’a lla fracèra”, unica fonte di calore per riscaldare l’unica stanza di tante famiglie. Mia nonna la chiamava “la cicculatera”, mia mamma “la macchinetta del caffè”, 
i miei figli “la caffettiera”. Questo e’…”progresso”!

Ricordo un bambino magro, con i pantaloncini corti, che faceva riempire, su sollecitazione della madre, la “cicculatera” con cioccolato bollente ed un dito di fernet, presso il bar di Daniele Galoppa (era l’occasione per comprare anche, 10 “mammucci neri” di liquirizia a 1 lira al pezzo) in via Chiesa Matrice, per poi portarla a sua zia Marietta con i saluti della mamma. Parlo di… una vita fa!