Una voce mi risuona ancora nell’orecchio, in quella via Mastropaolo, a Grottaglie e fa “rivivere” il ricordo: quella del venditore di carbonella, “lu cravunaru“!

Erano le tipiche voci dell’inverno: una voce di uomo maturo, scuro di faccia, con una larga coppola sulla testa, tutto ravvolto in un suo pesante e nero mantello a ruota, e portava a spalla un mezzo sacco di carbonella. Aveva una voce forte, chiara, sonora. Da dicembre, al primo soffio dei venti gelidi, quando il cielo diventava nero e qualche fiocco, quasi per scherzo, traversava diagonalmente i vetri delle “vetrine”, subito si levava la nota voce. La donna povera, quella che non aveva potuto fornirsi di sacchi di carbonella, ma che pure non rinunciava alla consolazione di vedere il proprio braciere irradiare calore e luce, si faceva sulla porta e comprava “sera per sera”, con parsimonia, il prezioso combustibile nero che avrebbe fatto diventare d’oro nel braciere. Svelta, si riannodava il fazzoletto sulla testa e rabbrividendo, si portava sull’uscio. E chiamava “lu cravunaru“!

E cosi riceveva nel suo braciere di lamiera nera, o di rame, o di rame e ottone, la carbonella che vi scivolava con lieve suono metallico quasi musicale, armonico, destando una leggera nuvoletta di fumo nero. Dal taschino del grembiule la donna toglieva lentamente una piccola moneta e la metteva nella grande mano – l’ampia palma nera dell’omone rendeva ancora più minuscola la moneta – del venditore, che ringraziava.

E quell’uomo piuttosto anziano, che certo aveva lavorato durante il giorno, portava, a sera, il conforto del fuoco nelle case altrui, quando egli stesso avrebbe avuto bi sogno di riposo accanto ad un bel braciere acceso.