Il termine latino usato dagli antichi scrittori, per designare i fabbricati costruiti al di fuori delle città, era villa: per i Romani, infatti, erano villae sia le fattorie destinate alla sola produzione agricola, da esse denominate rusticae, sia le lussuose residenze pensate per il riposo ed il tempo libero, le cosiddette ville d’otium.

Con il progressivo diffondersi presso le classi dirigenti italico-romane di raffinate abitudini di vita di origine greco-orientale, si sviluppò, inoltre, già a partire dal II secolo a.C., la consuetudine di edificare nell’ambito stesso delle città o nelle loro immediate vicinanze prestigiose ville: queste ultime dette urbanae, erano per lo più circondate da vasti giardini e godevano di una privilegiata posizione panoramica. Nella villa rustica vi erano due corti (cortes), una interna, l’altra esterna, e in ciascuna una vasca (piscina); la vasca della corte interna serviva per abbeverare gli animali, l’altra, per alcune operazioni agricole come macerar cuoio, lupini, ecc. Attorno alla prima delle due corti sorgevano le costruzioni in muratura e formavano, tutte insieme, la villa rustica in senso più ristretto: cioè, la parte della fattoria dove abitavano i servi. Ne era il centro una spaziosa cucina (culina): giacché nella fattoria la cucina non è, come in città, la stanza in cui i cuochi attendono alla loro arte, ma luogo di riunione e di lavoro. Vicino alla cucina, in modo da poter usufruire del suo calore, erano le stanze da bagno per i servi, la cantina, le stalle dei buoi (bulina) e dei cavalli (equilia); se vi era posto, anche il pollaio, ciò per la credenza che il fumo fosse salutare al pollame.

Lontani dalla cucina e possibilmente rivolti verso nord erano, invece, quegli ambienti che, per la loro destinazione, richiedevano un luogo asciutto, come i granai (granaria), i seccatoi (horrea), le stanze in cui veniva conservata la frutta (oporothecae). I magazzini più esposti al pericolo dell’incendio potevano anche costituire un edificio (villa fructuaria) completamente separato dalla villa rustica. Adiacente alla villa rustica vi era l’aia; lì vicino sorgevano alcuni capannoni, come la rimessa dei carri agricoli (plaustra) o il nubiliarum, un luogo in cui riporre provvisoriamente il grano in caso di improvviso acquazzone. E’ incerto dove abitassero i servi: sappiamo, però, che vi erano le stanze da letto (cellae familiares), l’ergastulum, una specie di prigione in cui gli schiavi che scontavano una mancanza attendevano ai lavori più duri, e il valetudinarium per gli schiavi ammalati. Mancando la villa urbana, le stanze migliori venivano riservate al padrone.

Detto questo: le ville suburbane grottagliesi, ebbero ampio sviluppo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Ebbe inizio in questo periodo, ad opera del ceto egemone locale, una ricolonizzazione dei terreni agricoli situati in prossimità dell’abitato attraverso l’edificazione di alcune ville. La localizzazione tra ambiente agricolo e urbano non risulta casuale ma trova la sua ragion d’essere in una serie di fattori deterministici di natura fisico-geografica: breve distanza dal centro urbano; interessi economici, agro-produttivi e commerciali; socio-culturali. Notevole risulta la loro concentrazione soprattutto a Nord dell’abitato, tra via La Sorte e via Madonna di Pompei,dove sono ubicate Villa Lupo,Villa Mastropaolo, Villa Erroi, Villa Tuzzo, Villa del Castelletto Carrieri.

A Sud-ovest, fra le ville più interessanti è Villa Gemmato già Mummolo e la villa sita in via XXV Luglio, mentre a Sud-est, a circa 4 Km. dall’abitato, ecco Villa Galeasi all’interno dell’omonima masseria.

Si tratta di costruzioni quasi sempre a due piani circondate da giardini murati, caratterizzati da alberi di agrumi, mandorli e ulivi. Presentano uno forma fondato sulla giustapposizione dei vari stili, neomedievali (Castelletto Carrieri), neoclassici (Villa Gemmato) e liberty.