Ho sognato di essere un indiano e morivo di fame
Ho sognato di essere un fucile e dovevo sparare
Ho sognato di fare la guerra, ma non posso più odiare
Ho sognato che cadeva la pioggia e non la potevo fermare...Cantava Caterina Caselli tanti anni fa.

Quante volte abbiamo cantato la canzone del Comandante, il Che, mentre ci illudevamo, nei magici e lontani anni ’60, (quando da universitario squattrinato , vedevo i miei colleghi “contestatori” e “rivoluzionari” venire a lezione su una fiammante duetto Alfa Romeo duetto o 124 spider), di cambiare il mondo, di costruire una società più giusta, di non vedere più bambini che piangono per la sofferenza, di vedere sempre più meno ricchi e meno poveri… Chi l’avrebbe mai detto che, a distanza di mezzo secolo, saremmo stati in balia delle banche e della finanza, dei terroristi foraggiati dai mercanti di armi occidentali, di una politica corrotta ed insensibile, degli sfruttatori.

Abbiamo fatto la fine del “compagno di scuola” di vendittiana memoria, entrato in banca e imborghesitosi! E ora facciamo parte di questo malefico sistema: altro che “fiori nei cannoni”!.

E, la caduta di quel muro, di Berlino nel 1989, a cui abbiamo inneggiato troppo presto,non era altro che la caduta del coperchio di un enorme vaso di Pandora!
Fame, guerre,eccidi quotidiani,disperazione,ingiustizie,bambini morti, migrazioni, bombardamenti, senza tetto,distruzioni: questo il ritratto del III millennio, un ritratto che non avremmo mai immaginato di vedere dopo tanti anni.

E come, allora, non essere d’accordo coi meravigliosi versi di Salvatore Quasimodo che schioccano come una frusta sul dorso di quell’animale che si è orgogliosamente autodefinito “umano”?

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.