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Questo piccolo scritto vuol essere un atto di omaggio e di onore a quanti italiani vissero questa ulteriore tragica esperienza e/o morirono per la Patria.

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Questo militare in foto e’ mio padre, il maresciallo A.M. Giovanni Francescone, pilota ed istruttore paracadutista. Preso prigioniero dopo l’8 settembre 1943 sul fronte albanese, fu tradotto in Germania, nel campo di concentramento di Amburgo dove rimase fino alla fine della guerra.Mio padre ritorno’ a Grottaglie nel settembre del 1945, dopo essersi fermato, come lui mi raccontava, all’ospedale di Trento per “rimettersi in forza”. Il cibo in quei mesi di prigionia: bucce di patate e verdura di campo. Riporto’ indietro anche un ricordo ben visibile: una cicatrice sul lato destro del naso,dovuta ad un colpo col calcio di una pistola da parte di un ufficiale nazista.

Vediamo ora di conoscere qualcosa in piu’ di quella tragedia nella tragedia che fu la sorte dei soldati italiani che, dopo l’armistizio e la fuga del re a Brindisi, rimasero senza ordini e direttive da parte dello stato maggiore militare e dei superiori mentre quello che era stato l’esercito regio di “7 milioni di baionette” si scioglieva come neve al sole.

I 650.000 militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre e internati nei lager nazisti erano una parte del prezzo della guerra Fascista: non il primo e non l’ultimo, ma certo il più oneroso e drammatico.
La Germania hitleriana non poteva né intendeva consentire al ritiro dell’Italia dalla guerra, né perdere i vantaggi strategici ed economici derivanti dal controllo della penisola; e i rapporti di forza nel teatro mediterraneo nell’estate 1943 assicuravano alla Wehrmacht una netta supremazia nei Balcani e nell’Italia centro-settentrionale. Le truppe italiane furono non solo disarmate e fatte prigioniere, ma anche umiliate e gli episodi circoscritti di resistenza armata rapidamente stroncati e duramente pagati (Cefalonia insegna). Questi 650.000 internati militari (come li definirono i tedeschi, negando loro la qualifica di prigionieri di guerra in quanto sudditi dell’alleata repubblica di Salò) avrebbero potuto reputarsi traditi dal regime fascista, dalla monarchia, dal governo Badoglio, dai loro comandanti che non avevano saputo reagire alla crisi dell’armistizio, e pensare quindi al proprio interesse immediato, venendo a patti con i tedeschi. Tuttavia, posti dinanzi alla scelta fra una dura prigionia (che per i soldati comportava il lavoro forzato e per tutti fame e vessazioni) e l’adesione al nazifascismo (che apriva la via al ritorno a casa e come minimo garantiva un immediato miglioramento delle condizioni di vita), in grande maggioranzapreferirono la fedeltà alle istituzioni e rivendicarono la loro dignità di uomini con una tenace resistenza al nazi-fascismo. Scelsero quindi di restare nei lager in condizioni durissime, che circa 40.000 di loro pagarono con la vita… (Da “la Resistenza Italiana. it”)”.

“I tedeschi non riconoscevano gli italiani come prigionieri di guerra, impedendo così qualsiasi tipo di aiuto umanitario da parte della Croce Rossa internazionale, al contrario di tutti i prigionieri delle altre nazioni. Gli italiani erano costretti a subire la fame, il freddo (soprattutto nelle interminabili adunate che duravano ore e ore, i prigionieri erano costretti a stare all’aperto mal vestiti ed immobili), la sporcizia, le umiliazioni, la mancanza di notizie da casa, le malattie come tubercolosi o l’avitaminosi ed infine le minacce e i ricatti nei campi di punizione gestiti dalle temibili SS e dalla Gestapo” (Dal libro di Daniele Apicella).

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