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Oggi la globalizzazione da una parte ed il progresso cieco dall’altra, sono un rullo compressore che sta sbriciolando ogni diversita’ di cultura che ha da sempre caratterizzato l’umanità, sotterrando anche le nostre tradizioni.

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Con la foto siamo nel nostro paese,nei primissimi anni ’50, sull’aia della “masseria Savarra”!
Un mondo che non esiste piu’ e le parole scomparse diventano la lingua attraverso cui ci parla la memoria, quasi un ponte ideale tra il passato ed il presente.

Se penso che quei termini sono i soli testimoni di una umanita’ passata che ha gioito,sofferto,sognato e lavorato…ebbene il tutto ti colpisce al cuore come una fionda di rara precisione e tu puoi ,persino,annusare e vedere i colori, gli odori,i profumi e sentire i rumori di una societa’ che ci ha preceduto con il suo sacrificio e la sua privazione!
Se considero ed annoto che allora si lavorava “tlu scuru a lu scuru” (dalla mattina ancora al buio fino alla sera, dopo il tramontare del sole) per complessive 14 ore lavorative, posso appena immaginare quanta fatica costava sopravvivenza di questa umanita’.

Tuffiamoci indietro nel tempo, per i suoi termini tecnici (ormai persi nell’oblio) nel dialetto locale, col testo fornitomi dall’amico Damiano Laino, grottagliese trapiantato a Palermo:

“Il grano poteva essere seminato in tre modi:
1. “A PIZZICU”, si lasciava cadere nel solco tracciato una manciatina di chicchi a spazi regolari.
2. “A STRASCINIEDDU”, si lasciavano cadere i chicchi dalla giumella senza interruzione.
3. “A STRASCIU”, a spaglio, vale a dire che il contadino si caricava addosso la bisaccia “SI MPUNNEVA LA VISAZZA NCUEDDU” a tracolla e spargeva il grano a manciate.
“NCANNULA’ “ = il formarsi del colmo “LU CANNULU” del grano.
“SBRAGA’ “ = emettere la spiga.
“ANCHIE’ “ = il formarsi dei chicchi.

Il grano veniva mietuto con la falce messoria “LA FOCI”, legato in covoni “LI MANNUCCHI” e trebbiato sull’aia “L’ERA”.
Vediamo nel dettaglio; il mietitore afferrati e tagliati un po’ di mannelli di grano “LU MANNIEDDU” li depositava a terra. Dietro di lui procedeva un operaio “LU MANNUCCHIARU” il quale raccoglieva i mannelli e li legava con un intreccio di steli di grano “LU VOZZU” per formare i covoni “ SI ROSCIUNU LI MANNUCCHIARI”.
I covoni venivano ammucchiati in biche. Ogni bica “LU MANNUCCHIARU” era composto da 12 oppure 24 covoni. Si aveva l’accortezza di sistemare i covoni con le spighe rivolte verso il centro affinché l’eccessivo calore non facesse essiccare le spighe lasciando cadere i chicchi “LU CRANU SCASULAVA”. Un’altra ragione, in caso di pioggia i covoni così sistemati facevano scivolare l’acqua senza che le spighe si bagnassero.Mia nonna Grazia ricorda che esisteva un gruppo di quattro mietitori “LA PARANZA” piu’ uno addetto a legare il grano in covoni, e che come vitto consumavano cipolle, ricotta piccante ed una miscela di olio ed aceto. Con meraviglia esclamava: CU DICI, QUIRI CRISTIANI CU QUIRU COTU, COMU LI DDICIREVUNU?”.
Il grano veniva caricato sui traini “CARRATU SOBB’LU TRAINU” con le forche “LI FURCATI”, poi stretto con funi e randelli “CRUECCHI”, legni ricurvi ad uncino. L’alto carico di grano costituiva “L’ORCMA”.
Le aie erano delle aree, pavimentate con basole di pietra, predisposte per la trebbiatura del grano.

La trebbiatura veniva eseguita con l’azione di pesanti pietre a forma triangolare, “LI PISARI” con delle scanalature sulla facciata che poggiava a terra ed un foro in un vertice per legarla alle due catene agganciate al collare della bestia, che la trascinava sull’aia stritolando le spighe.Le due catene venivano divaricate, appena dietro il deretano della bestia, da un paletto in legno “LU VANCULU” della lunghezza di circa due metri.
Il grano stritolato, agliata “LA REGGHIA” doveva poi essere ventilato “VINTULISCIATU” sull’aia grazie all’azione del vento e dei ventilabri “LA TRATENTI”, una larga pala in legno munita all’estremità di rebbi “PALISCIA’ LU CRANU”.
In questo modo si separava il grano dalla pula e dalla paglia “IOSCA, FANUGGHIA, PAGGHIA”.
Il grano veniva portato a casa e passato al setaccio “LU SCIGGHIALURU” per eliminare le impurità mentre la paglia veniva usata per formare i materassi “LU SACCONI” quindi macinato nei mulini.

IL FARRO “LU VARRU”

Era un piatto a base di grano. Si adoperava solo il grano porco “ CRANU PUERCU” una varietà di grano piu’ grosso piantato e destinato solo a scopi culinari, che messo a bagno nell’acqua veniva successivamente pestato nel mortaio in pietra “LU STUMPU” per rimuovere la camicia del grano “LU SPUEGGHIU o LA SCAMA TLU CRANU”.
Passato al setaccio per ripulirlo veniva cotto come se fosse riso

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