La Storia e’ un organismo vivente che si evolve, cambia, matura, si guarda indietro e volge lo sguardo sopra la testa,apre il libro, cancella la pagina e la riscrive: «Chi controlla il passato», osservò George Orwell, «controlla il futuro».

Sostengo che conoscere un po’ di storia sia indispensabile per capire il presente. Forse molte persone ignorano l’origine della “Questione Meridionale”, perciò darò un’occhiata, seppur fuggevole e non completa, a quel fenomeno che interessò le regioni meridionali e che prese il nome affrettato di “brigantaggio”
Negli ultimi anni non sono mancati gli studi storici che hanno tentato di rendere giustizia ai vinti del Risorgimento Italiano. Spesso si tratta di autori – come Gigi di Fiore e Pino Aprile, per citarne solo due tra i più significativi – la cui onestà intellettuale ha portato a guardare oltre la retorica celebrazione dell’Unità nazionale. Mi affretto a precisare che questi autori, come loro stessi sottolineano e come me, sono orgogliosi di essere italiani e il cui intento non è per nulla quello fomentare delle divisioni. Al contrario, il tentativo è quello di fornire dei materiali utili a ricostruire una storia risorgimentale più veritiera, meno oleografica e manieristica. Che possa essere condivisa sia pure evidenziando il dato che alcune delle grandi storture del nostro Paese – insieme al alcuni grandi pregi – sono conseguenza diretta degli avvenimenti che portarono all’Unità d’Italia, e al modo in cui questa unità fu conseguita.
Il brigantaggio, a cominciare dalla sua durata ,che si manifestava per poi estinguersi in un periodo di tempo definito, si è sempre discostato, almeno per le cause da cui trae origine, dal banditismo fine a se stesso ed è sempre stato l’espressione di un profondo disagio socio-economico e di una non “comprensione” della problematica ad esso attinente (vedi “piemontesizzazione”).

Esso ebbe inizio storicamente all’indomani della partenza per l’esilio del Re Francesco II di Borbone, avvenuta il 13 febbraio 1861:già due giorni dopo ci furono le prime sollevazioni. Quel Popolo che si ribellò fu marchiato con la parola “BRIGANTE”, dall’ idioma francese “brigant” che significa delinquente, bandito. La repressione messa in atto dai Piemontesi fu violentissima sin dall’inizio, ma inefficace.
Il nuovo Regno d’Italia schierò ben 211.500 soldati e inviò i suoi ufficiali di maggior rilievo, eppure per molto tempo non riuscì a distruggere neppure una banda. Nel 1863, fu istituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta presieduta dal deputato Giuseppe Massari quale venivano indicate le cause del brigantaggio: la miseria delle popolazioni, dovuta ovviamente all’oppressione borbonica; era povera perché affamata dai Borbone. Dalla relazione Massari ebbero come risultato la promulgazione della “Legge Pica” che autorizzava lo stato d’assedio nei paesi battuti dai briganti.
Risultato: quasi un milione di morti, 54 paesi distrutti, stupri e violenze inaudite, processi e fucilazioni sommarie. Da un diario di un ufficiale sabaudo: “Entrammo in un paese e subito incominciammo a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitavano”. Pontelandolfo, paese del beneventano fu letteralmente raso al suolo.

Anche la storiografia corrente ha riconosciuto che la repressione contro il Brigantaggio ha fatto più vittime di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme. L’aspetto più indecente di questa porzione di storia è che sullo sfondo c’è una storia di debiti di guerra (Cavour ne fece tre in dieci anni!) a cui si sommavano anche quelli per comprare i cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull’esercito borbonico. Il Piemonte era indebitato con Francia e Inghilterra ed il regno borbonico rappresentava una vera e propria miniera d’oro per la borghesia espansionistica piemontese e per gli affaristi internazionali. Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie, (500 milioni contro i 100 dei piemontesi) avrebbero permesso di stampare carta moneta per circa tre miliardi, una vera e propria manna se a ciò si aggiungono le nuove tasse imposte ai 9 milioni di abitanti, i risparmi, le terre ed i beni sottratti alle autorità ecclesiali destinati allo sviluppo dell’agricoltura padana. Tutto in nome dell’unità d’Italia. Il Sud fu depredato e soggetto ad una dura imposizione fiscale “Nel Regno delle Due Sicilie la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel 1866, sotto il nuovo regime, le tasse erano salite fino a 28 franchi a testa, il doppio di quanto pagava l”’oppresso” popolo napoletano prima che Garibaldi venisse a liberarlo“. L’abolizione del protezionismo e l’eccessivo liberismo dello stato sabaudo espose le industrie alla concorrenza esterna, l’economia dei Borboni non era pronta all’internazionalizzazione come del resto quella italiana non lo è stata fino al 1960, 100 anni dopo! La stampa europea definiva il sud borbonico arretrato ed inefficiente, termine ancora oggi in uso per indicare qualcosa che non funziona, ma come giustificare il proliferare di attività industriali? Come mai molte fabbriche vennero smantellate come il famosissimo complesso di S. Leucio, i cui telai furono portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu creata la prima fabbrica tessile nel Veneto e le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia. Non dimentichiamo che la prima ferrovia italiana fu la Napoli/Portici di 7.25km (1839).

Il brigantaggio, insomma, era stato stroncato con le leggi speciali e la forza e si estinse nel 1865 scomparendo definitivamente dal Meridione dell’Italia continentale. Gli equilibri politici andavano mutando e nel 1876 la questione meridionale che la Destra non aveva saputo capire fu ereditata dalla Sinistra che si avvicendò al potere. Ma il modello di quest’ultima, fondato sul protezionismo frutto del blocco agrario-industriale, avrebbe di fatto contribuito ad allontanare ancora di più il Sud dal Nord. E’ il problema del Mezzogiorno si è trascinato insoluto fino a oggi.

Chiudo con Indro Montanelli, al di sopra di ogni sospetto: ”… il falso di un Risorgimento che somiglia ben poco a quello che ci danno da studiare a scuola”.