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C’era un tempo in cui a tavola si mangiava di meno, ma cose sane, e si giocava per la strada. Oggi si mangia di più, ma soprattutto si mangiano adulterazioni e amarezze, e ci si fa la guerra.

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Era anche il tempo in cui studiare cambiava il tuo destino, un tempo in cui i figli dell’impiegato o, piu’ difficilmente, del contadino, se fossero stati “bravi”, se avessero avuto voglia di studiare, se avessero voluto sacrificarsi, avevano realmente la possibilità di fare un lavoro attinente ai loro studi, un tempo in cui il pomodoro aveva il sapore della terra, della speranza e della dignità. Ci sono cose che devi imparare da bambino, o le hai perse per sempre, come il sogno,la dignità il sacrificio e la speranza. Mi piace l’abbinamento del cibo al senso della vita, a quel gusto un po’ amaro e negato di un’esistenza vissuta a pieni polmoni, sempre alla ricerca di un minimo di serenità che ci faccia respirare aria pulita e riempirci di sogni. Ma non è sempre possibile farlo e allora ci si inventa la vita, riempiendo le lacune con quel gusto semplice di cibo genuino che ti restituisce per un attimo la voglia di andare avanti. E la vita cambia, ti ricambia e ti trasforma, ma quei ricordi semplici di un’infanzia lontana fanno parte di te e rappresentano tutto ciò che ti rimane di una storia non sempre a lieto fine…

Era un rito quotidiano,sacro… era pane olio e pomodoro che preparava mia zia Rita nei pomeriggi di quei giorni lenti e lontani, ed io, moltissime volte partecipavo e “consumavo” questa ritualita’! Le tintinnavano le chiavi dell’ armadio e della dispensa, appese alla cintura o nella tasca capace del grembiule, simbolo del potere femminile sulla casa, quando sfilava quella giusta per aprire il grande stipo a vetri, e trarne la grande pagnotta di grano che avrebbe affettato per i suoi figli e per me. A me pareva un gesto suo esclusivo quel portarsi il pane al seno per tagliarne le vaste fette che distribuiva una a una nella capace coppa, e il suo coltello era simile all’archetto del violinista che si accingeva a cavare dallo strumento sonorità che avrebbero dato i brividi…Ed anche questi ricordi, a distanza nel tempo, sono sonorità dell’anima, le più belle,soprattutto perché abbiamo “perso” l’orecchio e la volontà di ascoltarle! E dopo, avrebbe staccato dal muro quelle rosse “lampadine” appese con cura e parsimonia ma anche con amore: pomodorini mai più assaggiati e gustati per il loro sapore, condito con la fanciullezza e la semplicità, nei ricordi di quel bambino magro e pallido, e li avrebbe schiacciati sul pane, e poi il sale, e poi, generosamente, l’olio color del sole che si sposava col rosso della nostra terra e la riscaldava.

E dopo mangiato? Si poteva e si doveva anche giocare alla “morte” o a “scunnicoa” o a “ghiummu” (le ragazzine alla “campana”) con i cugini e gli altri amici del vicinato (Cochicchiu e Mimino tla “margese”, Pippinu ti Fiteli…), in una via Archita coperta dalla terra rossa e con le galline che la facevano da padrone, cullati ed accompagnati dal ritmo cadenzato di un martello da falegname, “mestu Vitucciu”, col contorno di tante ruote di “trainu” e di tanti legni da levigare!

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