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In un tempo in cui si vive la provvisorietà come valore scavare tra i pensieri profondi delle identità culturali è anche saper vivere la memoria tra le metafore e le essenze delle memorie. Da Pirandello a Musil. Da Zambrano a Marcel, da Michelstaedter a Kierkegaard. Siamo isole. Ma cosa è l’isola? Cosa è l’isola in Pirandello? Il viaggio che conosce la partenza e la partenza che riscopre il ritorno? Il passato che dovrebbe diventare infinito anche quando il finito avanza tra le scogliere del futuro?

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L’isola è sempre l’oltre. È un luogo che si concentra in una filosofia della vita e della morte. È in quel “quando uno vive, vive e non si vede”. Vivere non vedendosi. Non è soltanto una metafora dell’essenza. È sostanzialmente il senso del viaggio che dall’invisibile diventa visibile. Una metafora che è l’estetica della Assenza/Presenza.
Pirandello drammatizza il gioco di una tale metafora all’interno di un vissuto che recita “conoscersi è morire”. Fino a che punto l’avventura pirandelliana diventa un destino della conoscenza? Certo, ha ragione Adriano Tilgher quando afferma che “Pirandello era uno spirito troppo riflessivo, troppo abituato a guardarsi dentro…”.

Però usciamo fuori dalla tendenziale coscienza del legame o degli slegamenti tra arte e vita. Entriamo in quella navigazione che è meta filosofica. Guardarsi dentro senza il chiasso del fuori, perché è il silenzio che si raccoglie nella meditante contemplazione dei personaggi che lasciano il reale per diventare metafore vaganti nell’ascolto, appunto, del silenzio: “…un silenzio che non è affatto assenza, ma che ha un valore veramente positivo” (Gabriel Marcel).
C’è una cornice propriamente metafisica, al di là della specificità del relativismo sul quale si sono soffermati alcuni studiosi pirandelliani, che tocca il quadro ontologico di un Pirandello che scompone i sei personaggi, attraverso una “didascalia” delle esistenze, dando così un senso ad un esistenzialismo che nasce dal superamento in blocco del naturalismo – verismo per viversi come ricerca di una possibilità oltre il reale.
Insomma sulla linea di un tracciato che vede Ionesco e Musil dialogare sui concetti di assurdo e di nulla, o vuoto, dell’uomo nel segno di una “qualità” dell’uomo stesso. Siamo in quel silenzio che non è mai assenza. Perché si vive in modo kierkegaardiano, ovvero grazie alla “passione del pensiero” diventa conoscenza, ma anche coscienza di un immaginario, in cui Michelstaedter fa intrecciare la persuasione con le forme del tragico esistere in un connubio tra mistero ed essere.

Pirandello resta sempre oltre. Ed è questa esperienza del far vivere al personaggio il tutto e il niente che permette alla sua scrittura di restare in quel solco in cui gli stessi personaggi vivono il sottosuolo restando al cospetto del mare, restando nell’isola.
Lo sguardo di Dostoevskij lo porta proprio lungo la rotta di un metafisico viaggio alla ricerca del passato non come fatto speculare, ma come una alchimia che unisce l’isolano al silenzio dello scrittore che sa di essere sempre altrove: personaggio tra i personaggi nella visibilità dell’invisibile. Ed è così che la sua isola diventa non solo il suo mondo, bensì il vero palcoscenico del non mondo fittizio e di una verità sempre oltre la realtà.
Ci si vorrebbe allontanare dalla realtà, o meglio sbarazzare. “Ci si può sbarazzare del terrore se ci si libera della realtà” (Manlio Sgalambro). Questo è il centro nel quale si può abitare l’isola e occorre dover scegliere se vivere la storia o non abbandonare l’utopia (come direbbe Cioran). Il profondo di Pirandello è anche oltre il terrore perchè è un’estetica dell’essere, che dialoga con il voler o non voler essere. Ma il profondo è l’estrema consolazione di un’estetica della passione di Essere o non di non essere.

La lanterna di Anselmo Paleari in Il fu Mattia Pascal è la ricerca della verità dentro l’estetica della crisi del personaggio che può essere risolta, la crisi, in una condizione di solitudine vissuta. Il personaggio può essere la replica di noi stessi? (Maria Zambrano). Direi, forse, la rappresentazione? Qual è il limite tra replica e rappresentazione? È il rivivere il passato. Il mito e gli archetipi sono la vera coincidenza dell’Essere e dell’Utopia.
L’isola è la culla della memoria, e come tale diventa una nostalgia del tempo dentro un “nostos” che è “saudade”. Il ritorno si impasta nella memoria ed entrambi sono identità. In fondo esiste una estetica dell’identità sommersa, perduta, vissuta e ritrovata. Soltanto nell’isola non si è stranieri, non si è spaesati, non si resta senza qualità. La piccola luce della lanterna non è altro che la grazia che permette di illuminare, anche in modo fievole, il cammino.

Pirandello conosce bene la metafisica del destino e di questa conoscenza ne trae, in modo esplicito, una lezione di esistenza, di vita nuda, che è l’estetica del vivere tra la realtà e la verità, tra la maschera e lo specchio, tra il doppio e l’unico, tra il finito e il desiderabile infinito, tra l’isola che accoglie i viaggiatori e i viaggiatori che cercano un porto.
Pirandello non osserva soltanto, perché si troverà a dire con la consueta consapevolezza: “Appena liberato d’ogni illusione dei sensi, sarò come quell’inevitabile spruzzo improvviso in cui s’estingue una bolla di sapone. Luce e colori, movimento; tutto sarà come nulla. E silenzio”.

Davanti a questo scenario e a questa atmosfera, e andando oltre nella profondità di un vortice, la tenda può anche chiudersi e la fioca luce della lanterna può anche spegnersi.

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