E i ricordi, sempre tristi perché tali li rende la lontananza nel tempo, vengono sempre alla mente, inalterabili e inossidabili: era l’ultimo anno del Liceo Classico “V.Lilla” di Francavilla Fontana, il 1966, e, stendendo il programma di Letteratura Latina per l’esame di Maturità, il “mitico” prof. Caroli Michele, docente di Latino e Greco, aggiunse anche questo breve componimento.

A distanza di tanti anni, lo riesumo con tanta nostalgia di quel periodo scolastico.. “Animula vagula blandula” è una brevissima poesia con cui Adriano,uno tra i più grandi imperatori romani, comincia a prepararsi al congedo dalla sua anima e si indirizza ad essa con un saluto affettuoso, giunto sul limite di quella porta che separa la vita dalla morte: il saluto ad una cara compagna che gli è stata sempre vicina in tutte le avversità e felicità della vita.

Il periodo storico in cui questo principe resse le redini dell’Impero, tra il 117 e il 138 d.C., e’ considerato l’età dell’oro della storia romana antica: il territorio soggetto alla giurisdizione romana era al massimo dell’espansione,le legioni romane invitte e scintillanti nelle corazze dei propri soldati, la “pax romana” vegliava sui suoi sudditi, gli ingegneri romani si superavano nella costruzione di strade ed acquedotti che ancora oggi ci schiaffeggiano per la loro resistenza al tempo,la bellezza dei palazzi romani di marmo non aveva eguali nel mondo. Adriano fu anche un umanista, amante della classicità greca e mecenate delle arti e della letteratura del tempo.

Vi posto la poesia in oggetto, dapprima nel testo latino originale per gustare tutta la sua armoniosità, leggiadria e musicalità nei versi e poi, sotto, la mia traduzione:
Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos

Piccola anima vagante e leggiadra,
compagna e ospite del corpo,
ora sei pronta a entrare in luoghi
privi di colore,immobili e disadorni,
ove non avrai più gli svaghi a cui eri abituata

Facendo un gesto apotropaico, credo proprio che sarebbe un bell’ epitaffio su una lapide odierna perché i nostri “maiores semper docent“.