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C’era una volta una piazza dove “la gente incontrava la gente” approfittando del”mercato delle braccia”, dove i bambini giocavano a pallone con una sfera di stracci e, attorno ai marciapiedi, coi tappini della birra: la cosa strana era che quei fanciulli,con la loro indigenza atavica post bellica, erano felici.

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A scandire l’attività umana di questa comunità prevalentemente agricola, al di sopra della piazza, una torre ed un orologio, con le sue belle due campane, dono alla cittadina di Grottaglie del re Ferdinando di Borbone.
Attorno alla imponente e suggestiva Chiesa Matrice, dedicata alla SS. Annunziata e caratterizzata da un meraviglioso rosone romanico e da un portale affascinante,sotto il quale si stende una scalinata a cielo aperto, sorgevano le sedi delle numerose congreghe religiose che fino agli anni ‘50 del secolo scorso,erano fondamentali per la popolazione che ci viveva:come non ricordare una antichissima taverna del ‘600 trasformata in Oratorio accanto all’edificio del Purgatorio e, trasversalmente ad esso, la congrega del Nome di Gesù.
Ciascuna di esse aveva le sue tradizioni, i suoi canti, i suoi fedeli, a ricordo delle vecchie contrade rinascimentali e medioevali che brillarono, oltre che per magnificenza, anche per rivalità. Non dimentichiamo che Grottaglie indossava la duplice veste di “mensa” arcivescovile e di feudalità laica.

Diretta emanazione dell’ ἀγορά greca e del forum romano, la piazza era un mirabile esempio di funzionalità e razionalità, istituzione cittadina dotata di forza centripeta, centro del paese sia dal punto di vista economico/commerciale che di quello religioso oltrechè politico.
Ecco che, come per incanto, sfilano davanti agli occhi vecchi fantasmi del passato che si credevano dimenticati: il Bar Impero (denominazione significativa ed identificativa degli “anni ruggenti” fascisti), il Bar Centrale di “Tommasino”, presso il quale si gustava la migliore cassata gelato e si giocava a biliardo in un antro fumoso, l’albergo al primo piano, con i tre balconi di spagnolesca memoria e le loro ringhiere in ferro, il tabacchino angolare di “Nunzio dello Jacovo” presso il quale si andava a comprare il sale e il chinino, “Pippinu tla neve” che vendeva ghiaccio incartandolo con la paglia, il Ristorante, “Guglielmo Trivisani” e i suoi gelati di 5,10 e 20 lire, ”li mammucci neri” di Daniele Galoppa, omini di liquirizia che costavano 1 lira cadauno, Licia, la fruttivendola, Mena, la sorella di Licia, che gestiva una cantina ai primi passi della salita di Via San Francesco De Geronimo, “il Greco” (Oronzo Trani), con la sua rivendita di giornale e giornaletti: il Corriere dei piccoli, capitan Miki, il grande Blek, Akim, Nembo Kid, (odierno Superman), l’Intrepido, Grand Hotel, la Tribuna Illustrata.

Qualche parola in piu’ per Barbalucca, anche egli giornalaio, aristocratico e gentile d’aspetto e di modi, che amava gli animali e la cui moglie, ogni giorno, come in un sacro rituale, elargiva mangime ai colombi che stazionavano nel “Portone del Principe” e nello spazio antistante:quanti francobolli e giornalini ci ho comprato! Non ultimo, l’alimentare del ”poptu”, il leccese, che vendeva odorosi salumi e nella cui vetrina, all’angolo della piazza, faceva bella mostra sempre il baccalà a bagno.

E poi le botteghe dei barbieri,che durante le feste regalavano gli ambitissimi ed agognati calendarietti profumati, con foto di donnine ed attrici in abiti, per l’epoca, discinti e mostranti le loro grazie: i ragazzi, e non solo loro, intascavano,con avidita’, tali omaggi per goderseli nel privato.E la “Trattoria dell’aviere” ,in via Umberto,dove un rubicondo proprietario pubblicizzava il ”si spende poco e si mangia bene”.
Personaggi diafani ed evanescenti che hanno caratterizzato un’epoca! Fantasmi di un mondo che è stato così brillante, ciarliero ,comunicativo e …generoso!

In estate una autobotte del comune innaffiava la piazza : e quei bambini, dai piedi scalzi e vestiti solo di indigenza e sogni, immergevano i loro piedi nelle pozzanghere, suscitando l’invidia di chi le scarpe,se le poteva permettere ma non togliere.
Il terzo aspetto (religioso,economico) di questa piazza autosufficiente, prodotto, anche, dell’economia curtense, era quello politico: ed allora, al vecchio palazzotto del principe Cicinelli si era aggiunta la Casa comunale, il Comando Vigili Urbani e l’Ufficio delle Poste e Telegrafi.
In un angolo della piazzetta attigua, Piazza Municipio(poi piazza Rossano), con la sua piccola fontana centrale, la cabina telefonica, con le sue spine e spinotti che suscitavano l’attenzione e la curiosità dei ragazzi,le due sorelle centraliniste,Anna e Ninetta,la sede della camera del lavoro
Insomma, non una semplice piazza, ma un macro/microcosmo, quasi uno scenario sul quale si svolgeva l’attività della collettività, uno “speculum” sincero ed affidabile delle emozioni del cittadino, un posto in cui sostare per essere riscaldati dai caldi raggi del sole, un luogo dove si incontrava la cultura e la storia, un luogo dove le emozioni singole potevano tramutarsi in manifestazioni collettive dell’orgoglio comunale e della singola umanita’.

Poi alla fine degli anni 50’ il cieco ed impetuoso vento del modernismo, figlio del boom economico post bellico, soffiò anche su Grottaglie e questa aria nuova distrusse un’intera ala della piazza, la più bella e significativa dopo la Cattedrale, innestando al posto della torre dell’orologio, una “moderna” costruzione per la Pretura. E quella architettura che era passata indenne dai Borbone ai Savoia, ai Podestà, cadde sotto i colpi del novelli …”Barberini”.
Mai corpo architettonico fu più avulso e staccato dal contesto culturale e storico: ma, ciò avvenne, purtroppo, inutile piangerci sopra, e dopo tanti anni, lo si registra come pura cronaca, lasciando ai più anziani una commistione di ricordi e tristezza.

E oggi, nel XXI secolo?
La piazza ha perso la sua funzione, sostituita da varie ἀγορά telematiche”, infarcite di motivazioni sociali immaginative che favoriscono l’anonimato e lo pseudo scambio di interessi e motivazioni.

E’ ancora un luogo che rimanda a eventi, processi, strutture, idee, sentimenti, di un passato che non passa, si sedimenta, per poi essere letto da angolature, attraverso filtri e con finalità differenti? Il solito “tempo galantuomo” darà la sua risposta.

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