La Battaglia Giocosa nella china del Prof. Angelo Pio De Siati

Intelligente e coraggioso, modesto e sornione: è destino di molti, forse di troppi, passare alla Storia per qualità alcune volte mai possedute.

E così sarà certamente stato per il grottagliese Pietro D’Onofrio: aria aperta e dolce sul viso, due biondi baffetti sbarazzini terminanti a punta, simile più a un moschettiere di fanciullesca memoria che a un figlio della commistione araba normanna. Corre l’alba di una primavera ormai stanca, nell’ ”anno Domini” 1575 (secondo altri 1576), quando navi turche sbarcano sul litorale calabrese i soliti pirati della mezzaluna, con l’evidente intento di razziare e depredare quanto più possibile. In quel tempo il nostro Pietro,che per sbarcare il lunario aveva scelto la sicura carriera militare che, fin da allora, aveva almeno il pregio di offrire una remunerazione sicura, anche se….pericolosa, è aggregato ad uno squadrone di cavalleria nei pressi della città di Rossano. Con quanta grinta e quanto ardore si lancia coi suoi del manipolo (sembra che avesse il grado di sergente) contro le schiere ottomane, mentre le scintillanti spade si bagnano di sangue e le dita affannose premono i grilletti dei moschetti, confidando più nella buona sorte che nella propria abilità.
Al taumaturgico grido di “viva la Madonna di Mutata” il D’Onofrio strappa il vessillo ai Turchi, ne uccide il capo e vince la battaglia, dopo aver promesso alla sua benefattrice lo stendardo ed il turbante nemico.
Ritornato al paese natio, nello stesso anno, il buon Pietro mantiene la promessa e depone ai piedi della sua Ausiliatrice la “bandiera seu insegne seu vexillum unum …tobalia una serico elaborata quam dicunt lo turbanti”. E perchè non si perda la memoria di tale mirabile accadimento il vescovo Brancaccio propone che si celebri tale vittoria con una “guerra giocosa” (proelium jocosum) da farsi nel bosco che circonda il Santuario stesso della Mutata.
Così da quell’anno,ogni lunedì dopo la Pentecoste,divisi in due fazioni (Turchi e Cristiani) e radunatisi nella piazza maggiore del paese, i contendenti, in perfetta formazione militare, si recano al Santuario fuori del centro abitato e, dopo aver ascoltata la messa ed essersi comunicati, raggiungono una vicina spianata, deponendosi in formazione di battaglia. La medesima si divide in due azioni: alla prima partecipa la fanteria, alla seconda la cavalleria.Vince, naturalmente, chi invade il campo avversario.
Finita la battaglia, vincitori e vinti, stanchi ed esausti, contenti e rammaricati, consumano “taralli e palomme” alla ombra di centenarie querce, sorseggiando dai fidati “cucchi” rosse gocce di primitivo.
Sull’imbrunire, a conclusione, la “stessa truppa” si riordina in paese e con gli “stessi instrumenti militari” forma una processione che gira per il paese e che ”volgarmente chiamasi scamiciata”.

Mi corre l’obbligo di precisare, a questo punto che, secondo alcuni studiosi, si tratta,invece, di un saio senza la forma delle gambe, detto la “sgambisciata”, per ringraziare la patrona dell’aiuto dato. La presenza della parola “sgambisciata” in alcuni documenti farebbe pensare, che sia questo il termine corretto e non invece “scamiciata”. La finta battaglia attira subito l’attenzione dei paesi vicini se è vero che, per imitazione,viene istituita a Taranto il 10 maggio di ogni anno, a Martina Franca il 17 luglio, a Massafra la prima domenica di maggio, ad Ostuni il 26 agosto.
Nel 1787, per una denuncia anonima, in cui viene coinvolto l’arcivescovo mons. Capocelatro (simpatizzante,fra l’altro, per i Giacobini) la battaglia giocosa viene abolita perché ”si e’ offeso il decoro della vera e regolare militia “ e contravvenuto “alla venerazione dell’impresa del re”.
Pur rammaricati per la fine della loro tradizione civile e religiosa, a ricordo ed orgoglio per il loro antenato, i Grottagliesi trasformano la scamiciata in torciata, semplice processione con le torce in abiti borghesi e con candele accese (per cui il nome). Ed in siffatto modo è praticata fino al 1935, tra bianche case di calce,quando un pingue centurione della milizia, dopo essersi toccato il fez nero, celebra le lodi dell’italico valore del sergente di cavalleria, antesignano di belliche virtù.

Ma ben recita la saggezza antica che nessuno è profeta in patria, e che la riconoscenza non è di questo mondo, se è vero che il nostro buon Pietro, dopo il ritorno carico solo di gloria e valore, ricorre ai crediti pubblici per poter mandare avanti la baracca. Nel Registro dei debiti dell’Ospedale San Marco, in data 5 marzo 1604, si legge :”annui ducati 5 da Porzia de Rizza et Pietro D’Onofrio per ducati 50”.
E’ sufficiente la postuma intitolazione di una via per giustificare i morsi della fame?