Fichi essiccati al sole

…Ricordi legati alla raccolta dei fichi e al rito dell’essiccazione sopra “li cannizzi” dove i frutti piu’ belli e più succosi erano divisi a metà per una essiccazione completa ai caldi raggi del sole, perche’ dovevano essere “maritati”, cioè accoppiati, coniugati e riempiti, successivamente, all’interno.

E, come fiumi in piena, vengono alla mente quelle allegre giornate di fine estate: un bambino a giocare con gli ultimi scampoli di sole prima dell’inizio della scuola e una donna col grembiule rosso alle prese con salsa di pomodori, marmellate e fichi mmaritati.La preparazione della “seccatura” dei fichi: un rito affascinante nella memoria della fanciullezza ,quando la golosita’ del frutto faceva leccare gia’ le labbra con anticipo, pregustando quella leccornia nei mesi invernali, magari davanti alla stufetta a gas o al braciere della “cinisa”, mentre si sfogliavano le pagine de il Corriere dei piccoli o Capitan Miki… Le bianche mani di donna dilatavano con maestria l’interno cedevole del fico essiccato e sistemavano mandorle gia’ tostate, semi di finocchio selvatico (non mi piaceva), scorzetta di limone,ben amalgamati. Sistemati nelle capaci teglie, li si portava al forno, dove venivano cotti a bassa e costante temperatura.Quanti odori,quanti profumi venivan fuori da quei forni fumosi e grigi e riempivano le stradine e le piazze!

Una volta raffreddati, erano posti in conservazione nelle capase o nelle ciarle interponendo foglie d’alloro e finocchio selvatico:un altro magico rito. Erano i dolci di un’eta’ passata, di una generazione indigente che aveva conosciuto gli orrori e gli errori della guerra,di una generazione che aveva gustato il sapore del pane raffermo e della poverta’, alla quale queste piccole “bombe” di dolcezza a buon mercato, regalate dalla natura generosa e materna, apparivano come il modo migliore per dimenticare, almeno per un po’, i sacrifici e le rinuncie in una vita sempre uguale…
Per descrivere questa “coniugazione di corpi”, dal mondo vegetale passiamo a quello animale e, ancora meglio, mi affido alla sapienza di Platone, che nel Simposio (Συμπόσιον) decanta: ”Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra. Si abbracciavano, si stringevano l’un l’altra, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d’inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra. E quando una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima ne cercava un’altra e le si stringeva addosso – sia che incontrasse l’altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la specie si stava estinguendo. Ma Zeus, mosso da pietà, ricorse a un nuovo espediente. Spostò sul davanti gli organi della generazione. Fino ad allora infatti gli uomini li avevano sulla parte esterna, e generavano e si riproducevano non unendosi tra loro, ma con la terra, come le cicale. Zeus trasportò dunque questi organi nel posto in cui noi li vediamo, sul davanti, e fece in modo che gli uomini potessero generare accoppiandosi tra loro, l’uomo con la donna. Il suo scopo era il seguente: nel formare la coppia, se un uomo avesse incontrato una donna, essi avrebbero avuto un bambino e la specie si sarebbe così riprodotta; ma se un maschio avesse incontrato un maschio, essi avrebbero raggiunto presto la sazietà nel loro rapporto, si sarebbero calmati e sarebbero tornati alle loro occupazioni, provvedendo così ai bisogni della loro esistenza. E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d’amore gli uni per gli altri, per riformare l’unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell’uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E’ per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare

Anche il fico! Chi l’avrebbe mai detto che Platone avrebbe fatto filosofia sui…fichi maritati!
E d’inverno, assieme a loro, riassaporiamo il profumo e il sapore del sole!