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Quante volte si udiva quel suono caratteristico per le strade…poi, a poco a poco, esso si e’ andato affievolendo,fino a scomparire, come tutto quel vecchio mondo , per lasciare il passo alla “modernità” e al progresso!

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Era uno “spettacolo” usuale vedere tante donne sedute fuori sul proprio uscio di casa, con “lu pisu” tra le mani che “batteva sulla “chianca”ed i sacchetti al loro fianco: in uno riponevano le fave pulite (nettate) e nell’altro “li squercili”. Poi, quel gustoso legume, tipico e fondamentale per la nostra tradizione culinaria mediterranea, veniva cotto nelle “pignate” e lavorato e rimescolato, con la “cucchiara”, continuamente, da mani virili.Si facevano, anche, piccole palle di fave, per farle mangiare volentieri ai bambini.

Ed ora un po’ di storia da “taccuini storici”:
Di tutti i legumi la fava è regina, cotta la sera, scaldata la mattina” così recitava un antico detto popolare. Aristofane lo riteneva il cibo preferito da Ercole, noto sia per le fatiche, ma anche per essere un grande amatore.
Secondo Pitagora e i suoi seguaci le fave erano la porta dell’Ade, in quanto la macchia nera dei loro fiori bianchi rappresentava la lettera “Theta”, iniziale della parola greca Thanatos (morte). Inoltre questa pianta, dallo stele cavo privo di nodi, identificava una via d’uscita verso la luce per le anime dei sepolti.

In un’epigrafe del VI sec. a.C. trovata in un santuario di Rodi, si consigliava ai fedeli, per mantenersi in uno stato di purezza totale, di astenersi “dagli afrodisiaci e dalle fave…”.
Diverse erano poi le opinioni avanzate sulla diffidenza verso le fave. Platone asseriva che ai pitagorici veniva proibito consumare questi ortaggi perché provocavano un forte gonfiore (causato dalla rapida fermentazione nella digestione dei legumi), nocivo alla tranquillità spirituale di chi cercava la verità.
Altri autori Greci e Romani mettevano la propria attenzione esclusivamente sui sogni agitati fatti dopo una cena a base di fave, che interferivano con la regolare attività onirica ricollegata a presagi e comunicazioni con le divinità.

Ma se in alcuni testi le fave rappresentavano simboli negativi, nell’immaginario comune designavano i genitali femminili (baccelli aperti), e i testicoli maschili (fave). Alle feste romane dedicate alla dea Flora, protettrice della natura in germoglio, come auspicio e prosperità veniva gettata sulla folla una cascata di fave. Così presenti nella vita popolare da essere prontamente investite nell’immaginario comune di un forte alone simbolico, le fave erano per lo più legate al mondo ultraterreno: secondo gli antichi contenevano le anime dei morti, per questo erano immancabili nei riti di commemorazione dei defunti, tanto che già i Romani usavano spargerle sulle tombe per dar pace ai morti ed offrirle nei conviti funebri come rito scaramantico.

Si narra che Pitagora, in fuga dagli scherani di Cilone (Crotone), pur di non attraversare un campo di fave scelse di fermarsi e farsi uccidere; leggenda o verità che sia, certo è che le fave rappresentavano realmente un veto per gli allievi della scuola pitagorica, probabilmente per le antiche credenze che le volevano impure, perché legate al mondo dei morti o più concretamente, come recenti studi medici hanno accertato, perchè la sindrome del favismo (grave patologia emolitica provocata dal contatto con questi legumi) cominciava a manifestarsi proprio in area crotonese, sede della scuola del maestro

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