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Uno dei poeti che amo di più nell’arco della nostra storia letteraria: troppo presto dimenticato, è stato premio Nobel per la Letteratura nel 1959.

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Autodidatta, la sua traduzione dei “lirici greci” (che non mi stanco mai di leggere, naturalmente col testo greco a fronte poiché la lingua greca è “musica e armonia”) è semplicemente meravigliosa: d’altronde, da siciliano, non poteva non incarnare l’affascinante spirito della Magna Grecia e della sua civiltà millenaria.

Tra i maggiori esponenti di quel movimento letterario del ‘900 che prese il nome di “ermetismo”, Salvatore Quasimodo accolse la poesia come frammento,come breve respiro, come lampeggiamento dell’animo.

Poeta di calda vena e colorita nostalgia, dotato di una tecnica verbale intensa e comunicante,legato alla sua mitologica e ancestrale Sicilia,ha contribuito a sciogliere la poesia dagli schemi e dal peso della tradizione ed a fondare uno stile conforme alla nuova sensibilità moderna.
Le sue liriche sono caratterizzate dal grande senso del ritmo e dell’eleganza comunicativa, chiuse nell’alveo della liricità greca classica di cui egli si sentiva, a buon ragione, il legittimo erede.

Questa poesia che ho scelto è il lamento del poeta che abbandona la Sicilia per il brumoso, piovoso e nebbioso nord: dolcezza e rabbia si coniugano tra loro.
La dolcezza dl ricordo e la rabbia per le condizioni del sud,terra, tanto amara quanto bella

LAMENTO PER IL SUD

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

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