In occasione dei festeggiamenti di questi giorni del nostro Santo locale, ritengo utile la lettura di questo scritto di Don Marcello Stanzione, religioso del comune di Campagna (Sa) e fondatore della Milizia di S.Michele Arcangelo:

Francesco Di Girolamo (De Geromino) nacque a Grottaglie (Taranto), primo di undici fratelli, trascorse la maggior parte della sua vita a Napoli, di cui divenne apostolo. Dall’età di dodici anni studiò presso i padri teatini. Approfondì in seguito diritto canonico e civile all’università di Napoli. Nel 1666 fu ordinato prete e per i successivi quattro anni insegnò nel collegio De Nobili dei gesuiti di Napoli, diventando solo nel 1670 membro della Compagnia di Gesù. Sottoposto a un noviziato molto severo fu inviato a operare pastoralmente con il famoso predicatore Agnello bruno, allora in missione nelle campagne di Otranto. Questa nuova esperienza (durata dal 1671 al 1674) gli diede la possibilità di cambiare luogo e ambiente. Nel 1682 fece la professione religiosa, completò gli studi teologici e fu nominato predicatore della chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. In quel periodo, poco dopo la crudele persecuzione contro i cristiani in Giappone, si parlò molto di mandarvi un nuovo gruppo …

… di missionari; Francesco desiderava poter partire ma gli fu detto che era il regno di Napoli la sua India e il suo Giappone; così fu per i seguenti quarant’anni. La sua predicazione attirava grandi folle a Napoli e nei dintorni: uomini e donne si accalcavano presso il suo confessionale; si dice che ogni anno quattrocento “peccatori incalliti” cambiassero vita per merito suo. Prigioni, ospedali e galere sperimentarono il suo ministero, che ottenne anche le conversioni di numerosi turchi. Svolse la sua missione anche nelle aree più malfamate della città, dove qualche volta subì aggressioni fisiche.

In modo occasionale predicava nelle strade, stimolato da qualche fresco accadimento: una volta una prostituta lo ascoltò stando alla finestra e il giorno dopo andò da lui a confessarsi. I suoi pentitenti provenivano da ogni classe e condizione sociale: ci fu ad esempio il caso davvero singolare di una donna francese, Marie Alvira Cassier, che aveva ucciso suo padre e si era arruolata nell’armata spagnola facendosi passare per un uomo; sotto la guida di Francesco, dopo aver fatto penitenza, giunse alla santità. Un altro aspetto del suo apostolato era quello della formazione dei missionari, incarico nel quale sublimò il suo desiderio per le terre di missione. Al suo ministero vennero attribuite guarigioni, che egli sempre riferì all’intercessione di S. Ciro (31 gen.), al quale era profondamente devoto. Verso la fine della sua vita sperimentò molte sofferenze fisiche.

Morì a Napoli all’età di settantaquattro anni e fu sepolto nella chiesa dei gesuiti del Gesù Nuovo, che divenne meta di un ininterrotto pellegrinaggio sulla sua tomba. Fu canonizzato nel 1839. Dopo la seconda guerra mondiale le sue reliquie furono traslate nella chiesa dei gesuiti di Grottaglie. Nel processo giuridico di canonizzazione di Geronimo si legge questo fatto, confermato da testimoni oculari e giurati. S. Francesco di Geronimo, nacque a Grottaglie (Taranto) nel 1642 e morì a Napoli nel 1716. Celebre missionario della Compagnia di Gesù, al principio del secolo decimo ottavo era stato incaricato della direzione delle sacre Missioni del regno di Napoli. Lavorò instancabilmente per quaranta anni (dal 1676 al 1716) non solo tra il popolo ma anche tra le categorie più a rischio come i soldati, i galeotti, le donne perdute, gli scugnizzi… Per la stima e la venerazione che godeva presso il popolo, le chiese in cui predicava erano quasi sempre affollatissime, perciò spesso era costretto a parlare nelle piazze ad esse adiacenti o più vicine. Il suo arrivo era preceduto dal canto degli iscritti alla “Congregazione della missione”.

Un giorno, mentre predicava in una piazza della città, sopra “i quartieri spagnoli” presso l’odierna strada Monte Calvario, sulla terribile verità dell’esistenza dell’Inferno, delle sue pene e della sua eternità, una donna di male affare, di nome Caterina, si adoperava, in tutti i modi, a disturbare l’uditorio. Non contenta di disprezzare in cuor suo la parola di Dio, si affacciava alla finestra della sua abitazione, faceva gesti procaci e provocanti, emetteva suoni con rudimentali e rumorosi strumenti, insomma, distraeva il popolo dall’udire le sante parole del predicatore. Alcune persone, timorate di Dio, la invitarono a comportarsi civilmente, ma lei rispose: “Che ho a che fare io con questo corvo che sempre gracchia?”.

Anche il santo missionario la riprese caldamente, ma inutilmente. Allora, invaso dalla potenza dello spirito di Dio, le gridò: “Guai a voi, figliuola, perché se continuate a resistere alla grazia di Dio, fra otto giorni sarete punita!…”. La disgrazia non tenne in nessuna considerazione le parole del servo di Dio, anzi, imperterrita, continuò a comportarsi in modo insolente. Passati gli otto giorni, il santo ritornò nella stessa piazza, per fare un’altra predica. Si fermò davanti all’abitazione di Caterina. Le finestre erano chiuse. Tutt’intorno regnava un profondo silenzio.

Alcuni conoscenti riferirono a P. Francesco che quella donna non avrebbe più disturbato i fedeli che ascoltavano le sue prediche, perché era deceduta improvvisamente poche ora prima per un colpo apoplettico. Il servo di Dio al alta voce disse al popolo: “Caterina è morta! E’ morta Caterina!” e fece una predica molto fruttuosa adatta alla circostanza. Mosso dallo Spirito di Dio, seguito da un folto gruppo di persone salì nell’appartamento della defunta. Giunto nella camera dove si trovava il cadavere, si raccolse in preghiera, poi con voce autorevole disse: “Caterina, dove ti trovi?” Né alla prima né alla seconda richiesta la morta rispose. Allora per la terza volta le ingiunse di dire dove si trovasse. Caterina, alla vista di tutti, aprì gli occhi, che erano infuocati e fuori dalle orbite, sollevò il capo e con voce lugubre e cavernosa esclamò: “ Mi trovo all’Inferno”.

Davanti a quella scena raccapricciante e surreale tutti allibirono dallo spavento. Alcuni fuggirono, gli altri profondamente impressionati e piangenti si strinsero intorno al santo taumaturgo. Abbiamo due testimoni oculari, il sacerdote teologo Domenico Tascione e il ramaio Michele Castellano, che deposero, sotto giuramento, al processo canonico, sull’autenticità del miracolo a cui avevano assistito. Riportiamo la conclusione della deposizione del Castellano: “ Vi dico il vero che questo miracolo, visto con i miei propri occhi, mi fece tale impressione che anche adesso che l’attesto alle Signorie loro illustrissime mi pare di vedere con gli occhi muoversi la detta Caterina sopra del suo letto, e udire con le orecchie quelle medesime parole: “Mi trovo nell’Inferno!”. Vi è, inoltre, un’altra testimonianza ugualmente interessante. S. Francesco di Geronimo, come gli altri missionari della Compagnia di Gesù, abitualmente erano accompagnati, come abbiamo sopra accennato, dai confratelli della “Congregazione della missione”, persone di una certa età che si distinguevano per opere caritative a favore dei bisognosi e per lo zelo apostolico.

Al processo canonico depose anche Francesco Giobbo, un vecchio, il quale afferma che non era presente al miracolo perché quel giorno era in giro per i “quartieri” con un secondo gruppo di congregati che avevano accompagnato un altro gesuita missionario.- la sua assenza, però, ci reca il vantaggio di farci avere per mezzo suo il racconto del fatto così come era visto da coloro che si erano trovati presenti. Infatti al ritorno nella sede della Congregazione, i due gruppi si scambiavano idee e impressioni sull’operato della giornata.

Il Giobbo poté così conoscere nei minimi particolari quello che era accaduto a Montecalvario. Il miracolo narrato da lui durante il processo coincide sostanzialmente con quello esposto dal Castellano e dal Tascione”.