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Perché, lavare gli indumenti é detto “ fare il ” bucato “?
La parola deriva dal recipiente, “bucato” in fondo, che consentiva di lavare e sbiancare i panni sporchi.
Un tempo, per questa operazione, si iniziava la mattina presto e si finiva il giorno successivo con sapone fatto in casa dalle nostre nonne e color ruggine, oppure venduto su un “trainu” che passava nelle strette vie grottagliesi(ne ricordo, come in un sogno, uno che passava per via Mastropaolo, con alla guida un uomo dai capelli color ruggine e lentiggini sul volto).

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Tutto era svolto dalle infaticabili braccia delle donne che affrontavano ogni lavoro con spontaneità e spirito di sacrificio. Il bucato si faceva, generalmente ,ogni quindici giorni. La “lissia”, un misto di cenere ed acqua, conteneva potassio e fosforo, gli additivi che oggi si usano nei detersivi moderni ma che, chiaramente, non vengono chiamati con questo nome che odora di “vecchiume”.

Le nostre nonne con la lissia si lavavano anche i capelli (era anche un disinfettante), ma veniva adoperata anche per i pavimenti e come detersivo per piatti

Lu cofunu” era un rito, per noi bambini, che sapeva di magico. C’era una chimica nascosta in quell’acqua e cenere che miracolosamente faceva diventare bianca e profumata la biancheria di tela un po’ ruvida, tessuta al telaio di casa e stesa al sole, che ti sfidava a capire cosa si stesse facendo.
Io ero sempre presente all’operazione bucato, in quella casa di piazza Rossano dove c’era anche una bella cucina monacale che usavamo, soprattutto, per questo rito.
Non era facile,però. Era quella, una attività di concentrazione ed attenzione, secondo me, che rendeva mia madre pur molto paziente, poco propensa a sopportare gente intorno e soprattutto quel bambino curioso e rompiscatole che non stava mai fermo e metteva le mani dappertutto.

Per cui, la sola risposta che ricavavo alla domanda sul perché lei “sporcasse” i panni con la cenere, era … “Vai a giocare che’ non sono cose per te“… Dopo tanti anni , mi sono accontentato di sapere che quella cenere mescolata all’acqua si chiamasse “lissia“.
E quel profumo di fresco, di serenità, di semplicità, di ingenuità che inondava tutte le stanze?

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