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Il 22 maggio 1952, con delibera del consiglio comunale, per la celebrazione della festa di San Francesco de Geronimo, si stabilisce di donare al Santuario omonimo una lampada votiva, la cui esecuzione viene affidata al prof. Vincenzo Giovanni Spagnulo (Iadduzzu).
L’11 .5.1953, una folla curiosa si accalca presso la chiesa del Santo per ammirare la grande lampada, ardente di fronte all’urna, dono di Grottaglie: “civi ac patrono cryptaleensis civitas A.D. MCMLIII”.

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“Lampada originale! Un anello, una specie di fascia zodiacale,recante la scritta dedicatoria,la recinge in senso orizzontale ripartendola in due calotte: sul margine della armilla siedono 4 angeli d’oro e si innestano quattro catenelle che convergono verso l’alto e si agganciano ad un anello di sostegno. Il globo, laccato in delicato verde pisello, non è ne’ opaco ne’ cieco chè la verde convessione della calotta superiore e’ trapunta di margherite d’oro. Quando il globo si illumina all’interno, chè è tutta luccicante patina d’oro, la vaga e varia opera di traforo si avviva e si staglia per biondissime squillanti incandescenze, onde l’occhio è piacevolmente attratto ed incantato. Lavoro di prestigioso virtuosismo di tecnica, specialmente se si badi al ridottissimo spessore della falda di argilla su cui l’artista ha dovuto operare. Tutta traforata, la lampada presenta diversi simboli più volte ripetuti. Nella parte inferiore si notano i segni della fede e della religione; nella parte superiore una varietà di fiori ed un luccicar di stelle che preparano l’occhio allo splendore della fiammella che al centro della lampada arde nell’affetto dei devoti. Una nota tecnica: l’irregolare deformazione del cerchio e la facile rottura durante l’essiccamento, per l’incostante ritiro, è stata superata con il geniale espediente di tre cotture a diverse gradazioni. Quando si entra nel santuario, di sera, sembra che volatilizzino tutt’intorno diversi magnifici colori, per lo più perlacei”
(“Tornate a Cristo”, mensile del Santuario, pagg.4/5, a firma di padre M.I. D’Amuri, anno VIII n.6 del 1953).

Nato a Grottaglie nel 1905 in una famiglia di “capasonari”, Spagnulo mori a Nicastro nel 1985. Capo torniante di ruolo presso la scuola d’arte di Grottaglie, fu anche Direttore dell’Istituto d’Arte a Corato nel 1961 e successivamente, sempre a Grottaglie, fu insegnante di decorazione ceramica.
Rivedo e ricordo Vincenzo Giovanni Spagnulo, morto all’età di 80 anni, con il pugno alzato verso il cielo a rincorrere una giovinezza ormai spenta, dimentico che la morte è il nostro angelo custode, più di quello vicina e sollecita. È difficile dire se sia stato un artista (che labilità il confine tra artigiano ed artista!): è certo, comunque, che l’argilla e gli smalti non ebbero segreti per lui. Miscelati con indiscussa abilità, essi partorirono forme sempre più originali, in quanto hanno rappresentato modi di sentire più che di vedere. Mi ritorna in mente nella sua bottega, chino sul tornio, con le maniche della camicia alzate e le mani impiastricciate di argilla:”sfido chiunque al mondo a fare sfera di argilla perfette e tonde come le mie”. Ecco, quest’aria guascone apparteneva al personaggio (Iadduzzu !), narcisista ed altero in quest’arte ereditata dal padre ed ora sua. Ricordava volentieri la sua fanciullezza, la bottega paterna,il fratello Cosimo, morto prematuramente ed a cui era tanto legato, le sorelle Camilla e Marietta, tanto amate. E sempre per sottolineare i sacrifici fatti, per mettere in evidenza che si era costruito da solo, contro tutti e tutto. La morte del figlio, di nove anni,era la spina che si portava dentro: me ne parlava malvolentieri, misurando le parole e chinando la testa sul lavoro. Ed ecco allora che il viso del bimbo veniva fuori in quello dei suoi personaggi: tristi,come quelli di gente che sa di dover morire. “Non ho avuto fortuna”, così diceva continuamente. La famiglia lo aveva trattenuto dal raggiungere altre mete, altri traguardi, a cui la sua bravura sembrava destinarlo. Era in perenne rimbrotto contro il destino, che lo aveva allontana da Firenze, facendolo ritornare nell’assolato paese natio. Il camice, una volta lindo e bianco,era sempre sporco di colore e le spatole, le stecche, gli altri arnesi erano vecchi di almeno trent’anni, legato come era, in maniera morbosa, a ciò che gli ricordava il passato. La sua è stata una fanciullezza mai troppo rimpianta,e sempre in memoria: che è elegia, vena di malinconia,tristezza mai doma, reminiscenza di forme paterne e vicoli bianchi,di antri fumosi ove care e fugaci ombre si affannano davanti ai fuochi per l’ultimo parto di un informe impasto. Nelle sue figure ho visto il passato,bianchi fantasmi una volta conosciuti, coi visi atteggiati ad una tristezza senza fine, proprio perché consci di incarnare ciò che non è più.

Ebbe una straordinaria capacità nella lettura e comprensione del disegno,un colpo d’occhio sicuro, non disgiunto da qualità inventive, nel difficoltoso ed affascinante lavoro del tornio. Lo ricorderò cosi, col sorriso sulle labbra, come un bambino birichino che ride mentre gioca in una piazza assolata.”
(Da “V. G. Spagnulo,artigiano grottagliese” di Elio Francescone – Lecce 1987)

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