Via Dia a Grottaglie, negli anni '20

Personalmente, sono sempre più convinto che la conoscenza della storia locale, connessa alla nostre radici, serva a conservare, a far vivere la memoria storica del luogo natio, del suo cammino, delle vicende che attraversa e che riguardano non solo il passato, ma il presente.

Così dovremmo frugare nei nostri atti, nei nostri pensieri, nelle nostre passioni. Ma ciascuno di noi non è una meteora. Siamo sì qualcosa d’unico e di singolare ma, siamo anche una relazione, un rapporto con gli altri. E un filo corre tra il suo modo d’essere (sentimenti, lingua, cultura) e il luogo dove è nato alla vita: quei colli, quei cieli, quei sentieri, quei ricordi. Un ritorno alle proprie origini, quelle radici che non si vedono: si sentono, si amano. Ma riconoscere la propria terra non è solo respirare la propria aria, è la storia di quei vicoli, del luogo da dove provengono quelle pietre che e del modo in cui sono disposte, una sull’altra, e di domandarsi il perché quelle case sono venute disposte in quel modo. Ecco allora la voglia di far conoscere, o in alcuni casi far riscoprire il proprio paese a tutti quelli che da anni lo hanno dimenticato o non lo hanno mai conosciuto, ripercorrendo un po’ alla volta quali sono le usanze ancora in uso e quelle di cui si sta perdendo la memoria, ricordando, inoltre, filastrocche, canzoni, parole, immagini e proverbi locali, prendendo spunto da quelle raccolte di scritti pubblicati, negli anni passati, da altri miei concittadini.

Hector G. Preconi (pseudonimo di Walter Weibel), fu un giornalista svizzero/tedesco, che nel 1910 visitò la nostra cittadina. Scrisse un resoconto di tale visita in “ltalietnis Scohnaernrer,, Reiseschilderungen Von H. G. P., Ziirich, Verlag Von Rascher e C.Ed ecco cosa scrisse: “…Il suolo’ presenta ancor oggi il tono bianco e rosso dal quale i Greci furono ispirati nel creare queste piccole opere d’arte. E poiché mi era stato detto che a Grottaglie si conserva la più schietta tradizione e che ancor oggi in una scuola / viene curato il senso artistico e viene messa in evidenza la bellezza degli antichi vasi, volli conoscere questa ricca e benedetta cittadina. Giace a solo poche miglia dal mare Jonio, sul pendio di un profondo burrone sul quale si erge pittorico questo nido con le sue spaziose arcate e con i suoi portoni, come se volesse far mostra di quanti membri l’abbiano costruita sul caos architettonico. Le strade interne sono pulite e linde. Le case hanno balconi con sbarre convesse di ferro battuto dalle quali come agili steli di gigli, si elevano dai due lati due aste alle quali si appendono -le tende. E ogni balcone, come insegna dell’arte domestica, sulle inferriate ha vasi di terracotta o pine nelle forme e nei colori più allegri. Vive ancora in tutto questo un’arte popolare molto interessante e trovai del tutto naturale che un signore (e mi fu mostrato a uno di questi balconi) andasse di città in città declamando l’Orlando Furioso dell’Ariosto.
Sul suo ampio petto di tenore di epica scendeva fluente una lunga chioma nera e questo moderno trovatore dava l’impressione di Messer Ludovico, certamente con la necessaria contraffazione retorica. Mi fu detto che non sapeva né leggere né scrivere.

Nella parte alta della città lavora il popolo, attraversammo lunghe strade con file di pentole altrettanto lunghe. Le piccole case ad un sol piano sono aperte e potemmo vedere nell’interno come gli uomini, a piedi nudi, impastano la creta umida; vi sono parecchi che in tutta la vita non hanno fatto altro lavoro. Altri mettono in ordine i vasi già pronti. Le anfore, nella loro forma classica, che vengono spedite in tutta l’Italia Meridionale ed anche in Oriente, vengono fatte qui, con le anse a destra e a sinistra alla maniera rustica, con un paio di linee come ornamento, oppure semplici a destra in modo da reggere all’uso. I vasi per acqua, quelli grandi che rassomigliano ad una botte devono essere fatti in tre o quattro pezzi che a loro volta si fanno aderire insieme. I vasi più piccoli sono accanto ai più grandi nei vivissimi colori dei popoli primitivi, recipienti per burro e olive, boccali per vino dai quali può bere solo un iniziato, vasi privi d’invetriatura che mantengono l’acqua sempre fresca.
Infine siamo condotti nella scuola. Uno stupendo cortiletto si apre dinanzi al Convento nelle cui celle lavorano gli scolari. Uno spilungone di giovane siede in una sedia girevole la quale attraverso i millenni ha conservato la sua vetusta forma. Tante e tante volte e ogni volta con nuovo interesse abbiamo visto la massa di creta che si svolge e cresce e goda sotto il dito inquieto, la mano che versa acqua sul disco che gira, quel lento formarsi del vaso attraverso quelle forme magnifiche che si vorrebbero tutte serbare e che invece scompaiono sempre per dar luogo ad altre sempre nuove e più belle, finché in ultimo l’artista libera la fragile figura e fiero la tiene in mano. Con maggiore raccoglimento si visitano i lavori artistici della scuola. Se uno volesse cambiare il gusto innato e tramandato attraverso i secoli, non potrebbe procedere con altri mezzi. Schizzi non personali di gesso e fiori, quadri mal modellati dalla Divina Commedia, ridicole teste di donna con un velo messo su di esse capricciosamente, rappresentano il corso di formazione delle tre classi. Qua e la, accanto a tutto questo, su un piatto rotondo, è dipinto un antico schizzo adatto per vaso che fa un effetto diverso da quello che fa sulla superficie curva del “cratere” o dell’ “idra”. Nelle fabbriche moderne, che considerano con disprezzo i prodotti delle antiche fabbriche, noi verificammo le conseguenze di questo insegnamento. Chi nascono quell’infinità di cosettine graziose che empiono il mondo e che non si sa mai donde vengano ; piatti da muro con fiori o testine dall’espressione faceta, piccoli vasettini con una rosa ch’è attaccata ad essi (sempre di terracotta), calamai di tutte le forme; gondole, stivali, gigli ed altri oggettini adorni di piante fantastiche e di animali ; anche la rossa terra si lascia con pazienza plasmare in queste forme ” sensate “. Le ombre già calavano sull’ampia pianura, quando montammo sulla carrozza a due ruote che ci portava a Taranto per un’ampia diritta via. A sud la notte viaggiò sui veloci destrieri e la luna s’indugiò. Per ore ed ore la bianca strada si snodava dinanzi agli occhi, sugli olivi si stendeva grigia la nebbia e da lontano si sentiva abbaiare un cane. Viaggiamo nella notte come in una steppa lontana.

Un amico di Taranto mi volle condurre nella sua città natia e come un auriga greco guidava il vivace cavallino. In silenzi vedemmo le luci lontane della città, fino a che, rimbalzando, la carrozza ci portò contro una pietra miliare, e noi, imprecando, fummo con i bagagli e col cocchiere nella strada con la polvere che ci copriva i piedi “.