Bruni Pierfranco

Corrono veloci. Gli anni nel tempo. Si fanno consolazione e mistero. Il silenzio è la mia consolazione.

La fine di un amore sembra la fine di tutto, ma è soltanto l’inizio di un viaggio verso altre isole. Lontani ricordi o soltanto segni che ritornano con voci che danzano tra la terra della danza greca e i culti orientali. Ci sono dervisci danzanti che mi indicano l’infinito che non vedo. Osservo e vedo soltanto colori ombrellati in una spiaggia affollata da follie. Il mare non è un orizzonte. Un urtare di onde tra le dune e accenni di rocce. Sguardi che osservano nell’accecante sole Mediterraneo. Voci con le distanze dei ricordi chiamano destini. Il Mediterraneo racconta le parole della Magna Grecia. Ferragosto e gli ombrelloni. La linea del mare è un ondeggiare tra Archita, Pitagora, Taranto e Sibari. Il mito si dichiara con le sue ombre. Le luci, la nostalgia. Ferragosto è tra le strade di sole a picco sulla piazza con i festeggiamenti già trascorsi e quelli che raccontano domani i poi ancora domani. Ma il mare è una pianura.

Penso al cerchio. Mi raccontava mio nonno, nelle sere d’estate, che il grano giallo si sfidava con la spada luccicante il cielo stellato di riflessi di sole. Nelle campagne c’è il sale e la raucedine delle maree. Ci alzavamo all’alba per sorseggiare il giorno. Tutto è passato e non mi manca il tempo della mia infanzia. Non mi manca. Porto tutto dentro di me. I miei pensieri diventati parola si schierano come corridoi di tramonti. Roma, in questi giorni, è semplicemente una solitudine. Tra questa gente è festa. Mi viene incontro un bimbo con un gelato. Sorride. Mi dice in un dialetto che traduco: “Perché porti bracciali e collane? Perché intorno al collo hai sciarpe di lino bianco e blu? Anche oggi che il sudore ti scivola sulle mani”. “Perché gli sciamani si lasciano trascinare dal tempo e hanno bisogno di simboli per farsi spazio tra gli anni che passano e ci confondono e il la pashimine di lino combatte il sole che sembra una freccia lanciata da lontano per colpire”. Così ho improvvisato una risposta. Vado verso lungomare. Il volto del mare mi parla. Mi racconta con voce lenta e mi strazia nuovamente con l’avventura di Maria Maddalena. Io credo ai viaggi di San Paolo e non mi invento il destino o il sacro. Mi affascina questa donna della perdonanza. Come una zingara che danza nel deserto e racconta i suoi amori. Tutto ha un senso. Il sogno. Immagino il volto di Cristo e gli occhi del Cristo mi seguono mentre passeggio nella grande chiesa del paese.

Ancora una volta quello sguardo sembra raccogliermi come quando mi venne in sogno. Il sogno. Ero in una casa davanti al mare e tutta la notte ho ascoltato la mareggiata. Poi il sonno. Ma nel sonno Cristo mi ha parlato e mi ha raccontano sempre la storia della Maddalena. “Non giudicare. Mai. Affidati al mio silenzio e osserva il mio sguardo quando il timore ti prenderà l’anima. Tutti hanno errori da consegnarmi. Il primo sei tu. Quanti tormenti ti hanno lacerato e ti lacerano. Hai studiato la vita di Giuda. Hai scritto su di lui e sui Vangeli. Mi hai cercato ed io ti sono venuto incontro. Lo senti il mio battito? Siamo tutti come Maria Maddalena. Non dimenticare l’immagine della mia mano che sulla sabbia, pensando a Maria Maddalena, ha inciso parole ed ha traghettato i segni dell’amore”. Mio nonno aggiunse: “Sempre devi accettare. Lo so che per te il perdono non ha senso perché non credi nel peccato. Ma non sono fatti soltanto tuoi. Il peccato c’è perché deve esserci il perdono. Tutto qua. Quando hai bisogno di me io lo saprò e ti verrò incontro. Ma tu non lasciar scorrere l’acqua della fontana del tuo paese senza raccoglierla tra le mani e berla. L’acqua non ha soltanto l’atto della purificazione. L’acqua è un navigare tra le onde delle tue inquietudini. Tu appartieni ad una terra che ha visto nascere un santo a te molto caro. San Francesco di Paola. Anche se adesso abiti altrove. San Francesco ha unito i mari e le terre con il suo mantello. Ora vai verso il giorno e ritorna spesso tra le strade del tuo paese e tra le fontane. Quando eri ragazzo ti perdevi tra gli anfratti e nel caldo dell’estate ti spingevi sino al mare. In quel mare greco di Pitagora. Ma il mare greco porta le voci anche di San Paolo. Non lo dimenticare. Non lo dimenticare mai. Spiegami: quale è la differenza tra Maria Maddalena, Giuda e Pietro?”. Così nel sonno mi parlò Cristo. Il Cristo in Croce. Poi mi sono svegliato. Mi trovo sulla spiaggia. Con gli ombrelloni nel giorno di Ferragosto. Chissà perché mi sono ricordato di questo sogno? Dovrei interpretarlo? Ma Freud non mi ha mai convinto. Io resto nel mistero dei simboli. Perché cercare rivelazioni? Ma perché il Cristo in Croce con San Francesco mi ha parlato di Pilato e di Giuda e dei miei scritti sui Vangeli? E poi perché Maria Maddalena? A ripensarci, ora, devo cercare di leggere tra le righe dei segni per capire o per comprendere. Mia madre un giorno mi disse: “Il sole brucia l’uliveto, la fiumara scorre e tuo nonno aspetta la luce dell’alba. Quanti cavalli tra le ortiche delle campagne. Tuo nonno amava una cavalla bianca e tua nonna custodiva i colombi. Quante estati a rincorrere tuo nonno per farlo rientrare la sera prima della luce della luna. Non ci siamo mai chiesti perché. Aspettava sempre la luna per ritornare. Prima di lasciare la campagna accendeva un falò arrostiva due fichi fresche, un pezzo di pane e poi ripartiva con la sua cavalla bianca. L’indomani il falò era diventato un tappeto di cenere”.

Fece una pausa. Poi. Mia madre: “Portava sempre con sé due libri. “La città del Sole” di Tommaso Campanella e il Vangelo di Luca. Li conosceva a memoria. Diceva che l’uomo ha bisogno di sentirsi in una città dove il sole è un cuore e la tua terra è cuore e anima. Ed ha bisogno di ascoltare Cristo attraverso il racconto di Luca, l’allievo di Paolo. Ma non dava mai giustificazioni. Partiva all’alba e tornava con la luna”. Anche questo ricordo, questo raccontare nel ricordo ha il respiro del mistero. Ormai sono entrato nell’età del mistero e tutto ciò che mi tocca si fa simbolo, segno, mito. Come il greco mare che mi abita e che io abito anche quando vivo tra Roma e Gerusalemme. Gerusalemme e Roma. Le mie due partenze e i miei due viaggi che sempre mi hanno accompagnato. I miei viaggi. Il Cristo in Croce, il mare della Magna Grecia, Taranto mi hanno consegnato dei messaggi. Ho scritto libri che raccontano storie e viaggi. Farò ancora in tempo a scrivere un mio libro su Maria Maddalena? Ci riuscirò? Ecco. Sono entrato nel suo tempo e nella sua parola. “…Non puoi fare a meno del simbolo e del mistero di Maria Maddalena… sui piedi della Croce il suo pianto non è solo consolazione… Il suo incontro non è solo un destino… Il suo annuncio è oltre la rivelazione”. Mi ha lasciato con queste parole. Il Cristo in Croce e San Paolo sono il mio viaggio. E i dervisci danzanti? “Giravano Come cerchi Nel vento Un volo Con lo sguardo Tra i destini Il bianco E cappelli turchi Il loro giro Un viaggio Nell’infinito Alla ricerca di Dio. Senza perdersi Il gioco è infinito”.

Le parole. Ora ritornano, osservando il mare della Magna Grecia nei colori ombrellati e nella schiuma di un mare che mi bagna i piedi. Le parole ritornano. Ferragosto è un ricordo di antichi riti. Molti anni fa. Ancora mio nonno. Il giorno di Ferragosto di un’epoca che è vento mio nonno partì come sempre all’annuncio dell’alba. Non c’era ancora luce e neppure un bagliore di calore. Prese il suo carrozzino e la sua cavalla bianca e trovò il suo silenzio tra gli uliveti. Lo cercammo per la festa del pranzo del 15 di agosto. E poi ancora la sera. Ritornò quando la luna stava per consegnarsi all’ora antelucana. Ci guardò senza sorprendersi. Mio nonno sorrise soltanto. Aveva tra le labbra un sigaro e fumava e disse semplicemente: “Ecco. Ferragosto è trascorso. Il mare è grandioso e la campagna brilla. Non c’è motivo di sguardi inquieti. Si contempla anche con una giacca di velluto e un pantalone spigato. La pazzia è un sorriso che ci fa sentire leggeri”. Ci lasciò così e andò a riposare su un letto con materassi di foglie di spighe e qualche chicco di grano. Dormì a lungo.

Ferragosto era già memoria. La memoria è una lunga pazienza nel passaggio delle stagioni. Gli ombrelloni nei colori non hanno più scia di luci. Si aspetta la sera. Le ombre. Tra le stagioni e il paesaggio è un cader di stelle. Dopo il 10 agosto. Sono smarrito. Ferragosto è nella notte che avanza. La mia terra. I miei ricordi. Le nostalgie. Sto scrivendo un nuovo libro e vivo di porti. Non ho rimorsi e neppure rimpianti. Le stelle sono tutte precipitate. Cosa ci resta se ora il 15 agosto va via? Restano a cucire gli strappi. Amori antichi. Le donne che mi hanno accompagnato. Ora i colori dell’Oriente sono foglie tra le rughe della sabbia. La Magna Grecia? Ma cosa sarebbe senza l’Oriente? “Danzano In un volteggiar Di cerchi Ed hanno l’assenza nello sguardo L’attesa è amore imperfetto E vivono Nel cerchio magico Dell’incanto”.

Un tempo avrei firmato questi versi. Non c’è più tempo. Vado via con i miei anni a raccogliere le stelle che non si sono viste cadere il 10 agosto. Tutto finisce!